Corea del Nord, lancio di missili vicino al Giappone

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Corea del Nord, lancio di missili vicino al Giappone

L’alba sul Mar del Giappone non è mai stata così livida. Mentre i radar della Guardia Costiera nipponica tracciavano le traiettorie paraboliche di due vettori balistici partiti dalla costa orientale della Corea del Nord, il mondo capiva che il 2026 non sarebbe stato l’anno della distensione.

La Corea del Nord lancia missili nel Pacifico

È il 27 gennaio: Pyongyang torna a rompere il silenzio del Pacifico, lanciando missili che squarciano l’atmosfera e si inabissano poco fuori dalla Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Tokyo. Non è solo un test, è il prologo dell’attesissimo Congresso del Partito dei Lavoratori, che si terrà fra i palazzi del regime.

Kim Jong-un non cerca più solo il dialogo tramite la minaccia: cerca la consacrazione tecnologica. I proiettili rilevati, con ogni probabilità missili ipersonici a traiettoria irregolare, sono il biglietto da visita con cui il dittatore si presenterà alle assise del Partito per blindare il potere interno.

In Corea del Sud il sottosegretario americano alla Difesa, Colby

Anche il timing di quest’ultima provocazione non è casuale. Mentre i motori dei missili si accendevano a nord di Pyongyang, a Seul, in Corea del Sud, era in corso un vertice di altissimo livello con il Sottosegretario alla Difesa statunitense Elbridge Colby. Un guanto di sfida lanciato in faccia alla diplomazia americana, proprio mentre Washington discute con gli alleati sudcoreani come rimodellare la presenza militare nel Pacifico.

Il Giappone risponde alla Corea del Nord

Il teatro dell’Asia Orientale si sta trasformando in un mosaico di frizioni dove ogni tassello è fuori posto. Se la Corea del Nord è la scintilla, il Giappone è l’incudine che ha deciso di smettere di subire i colpi. Per decenni, Tokyo ha vissuto sotto l’ombrello dell’Articolo 9 della sua Costituzione pacifista, limitando la difesa a una dimensione puramente reattiva. Ma quel tempo è scaduto. All’ultima intemperanza di Kim Jong-un, Tokyo ha risposto con una dura protesta formale, definendo l’azione una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e una minaccia alla sicurezza regionale.

Il piano di riarmo di Sanae Takaichi

Ma, sotto la guida della premier Sanae Takaichi, il Giappone ha avviato un piano di riarmo senza precedenti dal 1945. Il bilancio della difesa per il 2026 ha sfondato il muro record dei 9 trilioni di yen (circa 58 miliardi di dollari). Non si tratta di semplice ammodernamento, ma di un cambio di paradigma: Tokyo sta acquistando missili a lungo raggio in grado di colpire basi nemiche, per implementare le proprie capacità di contrattacco e investendo massicciamente in droni e jet di sesta generazione.

La Cina cancella i voli per il Giappone

Mentre i missili di Kim solcano il mare, la Cina di Xi Jinping risponde sul piano diplomatico e logistico con una durezza che sa di pre-conflitto. Nelle ultime ore, Pechino ha cancellato d’imperio 49 rotte aeree dirette verso il Giappone. Ufficialmente, si parla di motivi di sicurezza e gestione del traffico, ma la realtà è squisitamente politica. È la ritorsione diretta per le dichiarazioni del governo Takaichi, che ha definito la stabilità di Taiwan una “questione di sopravvivenza esistenziale” per il Giappone.

Per la Cina, Taiwan è una linea rossa non negoziabile. Tokyo che si allinea militarmente e politicamente alla difesa dell’isola ribelle è considerato un atto di ostilità aperta. Il blocco dei voli non è solo un danno economico al turismo nipponico, ma un segnale di come Pechino sia pronta a usare ogni leva per isolare chiunque osi interferire nel suo cortile di casa.

La strategia americana nel Pacifico

In questo scontro tra titani, gli Stati Uniti giocano la carta della nuova National Security Strategy (NSS) divulgate alla fine del 2025. Il documento segna un ritorno alla dottrina della “Pace attraverso la Forza”. Washington sta riorganizzando la sua presenza nel Pacifico non più come un gendarme solitario, ma come il perno di una rete di alleanze ultra-tecnologiche (AUKUS, Quad e il legame trilaterale con Seul e Tokyo).

La strategia americana è lucida: trasformare la cosiddetta “Prima Catena di Isole” in una fortezza inespugnabile. Tuttavia, la nuova NSS richiede agli alleati di fare di più. Il Giappone ha risposto presente, ma questo attivismo militare sta portando con sé un effetto collaterale inaspettato che agita le cancellerie di tutto il mondo: lo spettro del collasso finanziario.

Il pericolo del collasso finanziario

Se la geopolitica è in fiamme, infatti, l’economia giapponese è un campo minato. Mentre il Ministero della Difesa ordina nuovi missili, il Ministero delle Finanze guarda con terrore ai monitor di Bloomberg. Il Giappone detiene il record mondiale del rapporto debito/PIL, che ha superato la soglia psicologica del 290%. Per anni, la Banca del Giappone (BoJ) ha mantenuto tassi negativi, inondando il mondo di capitali gratis attraverso il cosiddetto carry trade. Ma ora che l’inflazione morde e le spese militari esplodono, la BoJ è costretta ad alzare i tassi.

La Banca del Giappone alza i tassi

Il risultato? Rendimenti obbligazionari fuori controllo, volatilità della valuta nipponica e rischio di fuga dal debito. Se gli investitori smettono di fidarsi della capacità del Giappone di ripagare il proprio debito colossale, l’effetto domino sui mercati mondiali sarebbe più devastante di qualsiasi test missilistico. Quello che stiamo osservando in queste ore non è un episodio isolato, ma la convergenza di tre crisi: una nucleare, una territoriale e una finanziaria. Il lancio dei missili alla vigilia del Congresso di Pyongyang è il rintocco di un orologio che segna un’epoca di incertezza radicale. L’Estremo Oriente non è più solo una regione geografica; è il laboratorio dove si sta riscrivendo l’ordine mondiale del XXI secolo.

Cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale?

A completare questo scenario si aggiunge il fronte meridionale, dove la sovranità non si misura in traiettorie missilistiche ma in centimetri di scogli affioranti. Proprio in queste ore, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale hanno raggiunto il punto di ebollizione: il Giappone, uscendo definitivamente dal suo isolazionismo, ha siglato a Manila un nuovo patto di cooperazione militare con le Filippine.

Il patto di cooperazione militare tra Giappone e Filippine

Tokyo non si limita più a protestare, ma fornisce motovedette e finanziamenti per le infrastrutture navali filippine, sfidando apertamente le pretese cinesi sulla “linea dei nove tratti”. Dalle secche di Second Thomas Shoal, dove i marinai di Manila resistono a bordo di un relitto incagliato sotto il tiro dei cannoni ad acqua cinesi, fino alle acque di Taiwan, la strategia di Pechino è quella di una saturazione costante. Il recente invio di droni da sorveglianza cinesi nello spazio aereo taiwanese e la mobilitazione di migliaia di pescherecci della milizia marittima nel Mar Cinese Orientale disegnano un accerchiamento che non lascia spazio alla diplomazia. In questo labirinto di rivendicazioni, dove il Giappone si pone come nuovo garante della sicurezza regionale accanto agli USA, il rischio di un errore di calcolo è altissimo. La domanda non è più se la tensione salirà ancora, ma se le strutture economiche globali saranno in grado di reggere l’urto di una regione che ha deciso di armarsi fino ai denti per non soccombere.