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11 Gennaio 2026
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La Colombia ruggisce a Trump

il Presidente Gustavo Petro lancia il guanto di sfida agli Stati Uniti: la Grande Colombia per riunire il Sud America.

Il sogno è tornato. Non come un polveroso capitolo di storia scolastica, ma come un’onda d’urto geopolitica che scuote le fondamenta del Sud America. Il 10 gennaio 2026, con un tweet che ha il sapore del manifesto rivoluzionario, il Presidente colombiano Gustavo Petro ha riaperto il vaso di Pandora: la ricostituzione della Grande Colombia. Non è solo nostalgia bolivariana.

Che cos’è la Grande Colombia

È una mossa audace, un guanto di sfida lanciato in un momento di tensioni incandescenti con la Casa Bianca di Donald Trump, dopo il blitz che ha portato alla esfiltrazione di Nicolás Maduro a Caracas.

Petro non propone una semplice alleanza: parla di una confederazione di nazioni autonome ispirata al modello dell’Unione Europea, da ratificare attraverso un voto costituente dei popoli. Colombia, Venezuela, Ecuador, Panama: un blocco unico per smettere di essere il cortile di casa di qualcuno e diventare il centro del mondo.

Per capire il brivido che corre lungo le Ande, bisogna riavvolgere il nastro di due secoli. La Grande Colombia non è un’invenzione di Petro, ma il grande rimpianto di Simón Bolívar.

Simòn Bolivar e la Grande Colombia

Nata ufficialmente nel 1819 dopo la folgorante vittoria nella battaglia di Boyacá, questa superpotenza neonata abbracciava territori che oggi definiremmo immensi. Era il sogno di un’America Latina unita, forte, capace di dialogare alla pari con le potenze europee e con i nascenti Stati Uniti.

Ma il sogno ebbe vita breve.

Schiacciata da feroci rivalità interne tra il centralismo di Bolívar e il federalismo di Santander, e minata da una geografia impervia che rendeva ogni comunicazione un’odissea, la Grande Colombia si frantumò nel 1831. Bolívar morì poco prima, pronunciando parole che oggi suonano come un monito: “Ho arato il mare”. Petro, oggi, sostiene che quel mare è finalmente diventato terra fertile.

Panama

Una Grande Colombia moderna significherebbe il controllo congiunto del Canale di Panama, delle più grandi riserve petrolifere del mondo e di una biodiversità strategica senza pari. Petro immagina binari ferroviari che collegano l’Atlantico al Pacifico, reti elettriche condivise e una voce unica nelle trattative commerciali. I diretti interessati hanno accolto questa idea con un misto di scetticismo e ostilità. Panama guarda con sospetto a qualsiasi rigurgito di egemonia colombiana e non vuole perdere in alcun modo il suo status naturale di hub logistico e finanziario. Nonostante le minacce di Trump di voler riprendere il controllo dello stretto, teme allo stesso modo di perdere la propria sovranità a favore di Bogotà.

L’Ecuador

In Ecuador, il Presidente Noboa rappresenta l’antitesi ideologica e generazionale di Petro. Il Paese alle prese con crisi di sicurezza interna, sta cercando di stabilizzarsi attraverso il pugno duro contro le mafie e una stretta alleanza militare con gli USA. Noboa teme che l’unificazione delle frontiere favorirebbe solo il transito dei cartelli della droga, che già utilizzano il confine colombo-ecuadoriano come una delle rotte più sanguinose del mondo. Difficile comprendere, infine, allo stato attuale come potrà prendere posizione in tal senso il Venezuela, sebbene ancora sotto la guida dei superstiti del regime chavista, rappresentato da Dency Rodriguez, sia solo agli inizi di una lunga fase di transizione pesantemente influenzata da Washington.

Ci sono poi i vicini più ingombranti.

Il Messico

Il Messico di Claudia Sheinbaum osserva l’azzardo di Petro con un misto di solidarietà ideologica e gelido pragmatismo geografico. Sebbene Città del Messico condivida con Bogotà l’appartenenza al fronte progressista e il fastidio per l’interventismo di Donald Trump, la sua posizione è quella di un funambolo sospeso sopra un abisso. Il Messico non ha intenzione di aderire a blocchi che possano sembrare dichiarazioni di guerra diplomatica agli Stati Uniti. Per Sheinbaum, legarsi troppo strettamente a un blocco anti-USA guidato da Petro significherebbe offrire a Washington il pretesto perfetto per una escalation militare o economica lungo il Rio Grande. Storicamente, il Messico e il Brasile si contendono il ruolo di leader naturale dell’America Latina. Una Grande Colombia unita creerebbe un terzo polo energetico e logistico formidabile. Il Messico vedrebbe erodersi la sua centralità diplomatica nella CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) a favore di un asse Bogotà-Caracas-Quito estremamente coeso.

Il Brasile

Speculare in questo senso la posizione del Brasile, che non ha alcuna intenzione di cedere lo scettro di leader del Sud America. Il Brasile si vede come il perno naturale di ogni integrazione, attraverso il MERCOSUR o la UNASUR. La Grande Colombia di Petro creerebbe un blocco compatto di circa 100 milioni di persone con il controllo di riserve petrolifere immense e l’accesso a due oceani. Il Brasile appoggia Petro nel condannare l’intervento di Trump in Venezuela, ma lo fa per riaffermare che i problemi del Sud America si risolvono in Sud America, preferibilmente sotto la mediazione brasiliana, non attraverso la creazione di nuove confederazioni che scavalchino Brasilia. Trump e Lula si detestano ideologicamente, ma sono costretti a negoziare perché rappresentano le due economie più grandi dell’emisfero, strettamente connesse fra loro, nonostante l’altalena dei dazi imposti e poi rimossi che ha caratterizzato il 2025. C’è poi una tendenza sociologica che sta investendo la società brasiliana: il fattore religioso, il vero cavallo di Troia dell’influenza statunitense. Entro pochi anni gli evangelici pentecostali supereranno i cattolici, diffondendo una visione del mondo che non è solo religione, ma un vero e proprio legame psicologico con il sogno americano.

La proposta di Petro, dunque non è solo un affare interno, ma una partita a scacchi anche con i grandi attori globali. Per Washington, il rilancio della Grande Colombia è fumo negli occhi. Donald Trump ha già alzato i toni, accusando Petro di collusione con il narcotraffico e minacciando missioni anche a Bogotà. Una confederazione sovrana nel nord del Sud America romperebbe il secolare controllo statunitense sulla regione.

La Cina avrebbe un interlocutore unico

Pechino osserva con un sorriso pragmatico. La Cina è già il principale investitore in infrastrutture nella regione. Una Grande Colombia unificata offrirebbe a Xi Jinping un interlocutore unico e solido per la “Nuova Via della Seta”. Per la Cina, meno frammentazione significa contratti più grandi e un cuneo più profondo conficcato nell’influenza americana.

Mosca, pur con risorse limitate rispetto alla Cina, vede nel progetto di Petro un’opportunità per destabilizzare l’ordine unipolare a guida USA. Il sostegno russo sarebbe principalmente militare e tecnologico, rinvigorendo quei legami già fortissimi che il Cremlino aveva costruito con il Venezuela e che ora potrebbero estendersi a un intero blocco regionale.

Gustavo Petro sta giocando d’azzardo. Ha evocato lo spirito di Bolívar per proteggersi dall’isolamento internazionale e per mobilitare le piazze contro quella che definisce una nuova colonizzazione. Il paradosso della Grande Colombia 2.0 è che nasce come progetto di unità, ma al momento sta ottenendo l’effetto opposto: isolare la Colombia e spingere i suoi vicini a cercare protezioni alternative per non finire fagocitati dal sogno nostalgico di un leader in cerca di un posto nella storia. La Grande Colombia 2.0 è una sfida alla storia, ma anche un paravento ideologico, costruito per mascherare le fragilità interne di un leader che cerca disperatamente di proiettare fuori dai confini nazionali la propria sopravvivenza politica.