Iran: almeno 110 persone giustiziate a Luglio. È in corso un massacro simile a quello del 1988?

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Iran: almeno 110 persone giustiziate a Luglio. È in corso un massacro simile a quello del 1988?


Nel recente report “Nelle carceri iraniane si sta consumando una catastrofe umana?” Iran Human Rights Monitor denuncia come dopo la guerra dei 12 giorni, la Repubblica islamica abbia lanciato una nuova fase di eliminazione fisica. Una campagna che mira a eliminare fisicamente i prigionieri politici e che, si legge nel dossier, ha un’agghiacciante somiglianza con il massacro dei prigionieri politici del 1988.

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All’alba di Domenica 27 Luglio nel carcere di Ghezel Hesar a Karaj i detenuti politici, Behrooz Ehsani Eslamlou e Mehdi Hassani, sono stati giustiziati. Uccisi in silenzio e senza aver potuto dare un ultimo saluto alle loro famiglie: ennesime vittime di un regime criminale e sanguinario che attraverso l’uso sistematico della pena di morte reprime il dissenso.

Secondo Iran Human Rights (IHRNGO) nel mese di Luglio la Repubblica islamica dell’Iran ha giustiziato almeno 110 persone, un aumento drammatico rispetto al Luglio 2024, quando furono registrate 48 esecuzioni. In parallelo all’incremento vertiginoso delle esecuzioni, Iran Human Rights Monitor ha informato che il mese scorso è stato segnato anche da arresti arbitrari, impiccagioni pubbliche, trasferimenti forzati di prigionieri politici, blitz degli agenti di sicurezza nei reparti delle prigioni, oltre che da un’intensificazione della pressione psicologica esercitata nei confronti delle famiglie degli oppositori con l’obiettivo di mettere a tacere il dissenso all’interno e all’esterno delle mura carcerarie.

Carceri in Iran: è violenza sistematica contro i prigionieri politici

Mehdi Hassani venne arrestato nel Settembre 2022 mentre tentava di lasciare il Paese a Zanjan. Behrouz Ehsani Eslamlou invece è stato arrestato nella sua abitazione a Teheran nel Dicembre 2022. Entrambi sono stati trasferiti nel reparto 209 della prigione di Evin. Alla fine di settembre 2024, riporta Hrana, Hassani ed Eslamlou vennero processati presso la Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, presieduto dal giudice Iman Afshari; entrambi furono condannati per Appartenenza all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK), per baghi (ribellione armata), moharebeh (inimicizia contro Dio), efsad-e-fel-arz (corruzione sulla Terra), raccolta di informazioni riservate e collusione contro la sicurezza nazionale.

Il 26 Gennaio 2025 entrambi furono condannati a morte e trasferiti dal carcere di Evin al carcere di Ghezel Hesar a Karaj con il pretesto di cure mediche: in quel carcere troveranno la morte. In quello stesso carcere, una decina di giorni prima, il 16 Luglio, gli agenti di sicurezza fecero irruzione nell’Unità 4, dove sono rinchiusi i prigionieri politici, con l’obiettivo di trasferire Saeed Masouri – uno dei prigionieri politici più longevi e noti dell’Iran. Il violento e ingiustificato blitz (non è stato presentato alcun mandato giudiziario per il trasferimento di Masouri) ha provocato una resistenza collettiva da parte dei detenuti, costringendo gli agenti a ritirarsi dopo gli scontri e le crescenti tensioni.

Un’irruzione altrettanto violenta sempre nel medesimo reparto, riporta Iran Human Rights Monitor, si è verificata sabato 26 Luglio quando, su ordine del direttore della prigione – Allah-Karam Azizi, 100 membri delle forze speciali hanno assalito i prigionieri.

“Rapporti attendibili indicano che gli agenti hanno aggredito violentemente i prigionieri, usando manette, catene alle gambe e mettendo sacchi sopra le loro teste, prima di trasferirli tutti in celle di isolamento. Dopo l’attacco non è stata possibile alcuna comunicazione tra i prigionieri politici e le loro famiglie, intensificando le preoccupazioni per il loro benessere fisico e mentale.

A seguito della repressione, domenica 27 Luglio Mehdi Hassani e Behrouz Ehsani sono stati giustiziati senza preavviso”.

Questi raid rappresentano come il fine del regime iraniano sia estirpare, in qualsiasi ambiente e contesto (carceri incluse) il dissenso politico. Nonostante questo però le voci dei detenuti e delle detenute non si sono mai spente. Da lunghissimi mesi, con coraggio, i prigionieri e le prigioniere si oppongono alla macchina della morte messa in atto dal regime teocratico. Ogni martedì nelle carceri iraniane moltissimi detenuti aderiscono infatti alla campagna No alle esecuzioni del martedì, uno sciopero della fame che il 5 Agosto è entrato nella sua 80ª settimana.

Nelle carceri iraniane si sta consumando una catastrofe umana? Similitudini con il massacro del 1988

Nel recente report Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? (Nelle carceri iraniane si sta consumando una catastrofe umana?), Iran Human Rights Monitor ha denunciato come dopo la guerra dei 12 giorni, la Repubblica islamica abbia lanciato una nuova fase di eliminazione fisica caratterizzata da trasferimenti forzati di detenuti politici e in luoghi sconosciuti, uso di torture bianche ed esecuzioni di massa. Una campagna che mira a eliminare fisicamente i prigionieri politici e che, si legge nel dossier, ha un’agghiacciante somiglianza con il massacro dei prigionieri politici del 1988.

“Negli ultimi mesi centinaia di prigionieri politici e appartenenti a minoranze etniche sono stati trasferiti in carceri come Fashafouyeh e Qarchak. A molti detenuti sono state negate telefonate ai parenti, incontri con i propri avvocati, cure mediche e persino informazioni di base su dove si trovino. Questo rispecchia l’esatto schema di sparizioni forzate e trasferimenti segreti che hanno portato al massacro di migliaia di prigionieri nel 1988”.

Era il 1988 (1367 nel calendario persiano) è in corso quello che per la storia verrà ricordato come “un atto di violenza senza precedenti nella storia iraniana”. Migliaia di prigionieri politici (perlopiù affiliati all’opposizione dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran, ma non solo) verranno condannati a morte a seguito di una fatwa lanciata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel Luglio del 1988. Quasi 30.000 prigionieri politici furono giustiziati senza aver diritto a processi e ad assistenza legale. Lo storico Ervand Abrahamian nel suo libro Tortured Confessions. Prisons and Public Recantations in Modern Iran (University of California Press, 1999), riporta come i prigionieri e le prigioniere erano vittime di torture e violenze continue, costretti ad interrogatori estenuanti spesso bendati o improvvisati e a sopravvivere di stenti. Per evitare che i detenuti si incontrassero le aree comuni delle carceri furono chiuse, tra cui pure l’infermeria: queste condizioni spinsero molti carcerati al suicidio. Coloro che sopravvissero furono condannati a morte, l’esecuzione avveniva in modo segreto e senza contattare le famiglie, dopodiché i corpi venivano gettati nelle fosse comuni.

Nel 1988, migliaia di persone furono giustiziate in meno di tre mesi, senza processo, senza assistenza legale, e senza poter contattare la propria famiglia. Il modello di oggi segue lo stesso schema:

• Trasferimenti segreti senza avvisare le famiglie (si pensi al caso di Ali Younesi).

• Totale divieto di comunicare con l’esterno e ricevere visite

• Torture e minacce con lo scopo di estorcere confessioni forzate

• Nuovi verdetti di esecuzioni capitali per prigionieri politici, in particolare curdi, arabi e manifestanti.

Oltre aver riscontrato affinità con il medesimo meccanismo, anche il contesto storico in cui si sta verificando questa intensa repressione ha somiglianze con quanto accadde in Iran nel 1988.

“Esattamente come le esecuzioni del 1988 seguirono il cessate il fuoco tra Iran e Iraq, l’attuale ondata di repressione si è intensificata dopo il recente cessate il fuoco con Israele. In entrambe le situazioni il regime ha usato il pretesto di minacce alla sicurezza nazionale per giustificare la soppressione del dissenso politico”, riporta Iran Human Rights Monitor.

A denunciare il rischio che si possa verificare esecuzioni di massa come nel 1988 sono anche i detenuti. Tra questi spicca la voce di Saeed Masouri, detenuto per 25 anni senza un solo giorno di licenza e membro anch’eglidella campagna No alle esecuzioni del martedì.

Arrestato nel Gennaio 2001 al suo ingresso in Iran in ritorno da un periodo di studio trascorso in Europa, Masouri viene accusato di “collaborare con l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran”. Nel 2002 il Tribunale rivoluzionario di Teheran lo ha condannato a morte, un verdetto poi ridotto all’ergastolo. Tuttavia, in oltre 25 anni di carcere, a Masouri non è stato concesso un solo giorno di permesso. È stato detenuto nelle carceri di Evin, Gohardasht e Ghezel Hesar, affrontando ripetute minacce, percosse, isolamento e severe restrizioni.

Poco prima che le autorità cercassero di esiliarlo lontano, Masouri in una lettera ha scritto:

È esattamente come accadde nel 1988, e oggi temiamo che si ripeta lo stesso percorso, seppur con linguaggi e metodi diversi. All’epoca si chiamava Comitato della Morte, oggi è fuoco a volontà. Ma questa diffusa repressione e l’intensificazione delle esecuzioni non sono segni di forza, ma piuttosto una confessione dell’impotenza del regime di fronte alla verità e alla volontà del popolo. Allo stesso modo, questo “fuoco a volontà” non è altro che un tentativo di coprire la profondità dell’infiltrazione, del decadimento e del collasso strutturale all’interno del sistema dominante, un fallimento che il regime vuole compensare vendicandosi del popolo iraniano e dei suoi prigionieri.

Il mio rifiuto di accettare un “trasferimento” dall’esilio della prigione di Ghezel Hesar a un altro luogo di esilio, non è dovuto alla paura di essere spostato, né è dovuto all’illusione che alcuni di noi prigionieri possano fermare questi atti illegali. È solo ed esclusivamente per far sì che il massacro non avvenga nel silenzio e nell’oscurità, come avvenne nel 1988, ma si svolga invece davanti agli occhi della storia e alle coscienze risvegliate! (…)”.