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Oh, our Minneapolis, I hear your voice singing through the bloody mist” – ” Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce cantare attraverso la nebbia di sangue” Canta Bruce Springsteen nel suo ultimo brano “Streets of Minneapolis” in cui denuncia le violenze dell’ICE
Negli Stati Uniti, infatti, la tensione delle ultime settimane è diventata palpabile. Nelle immagini che tristemente giungono fino a noi, c’è un elemento che colpisce: sebbene quella dell’ICE sia un’operazione federale su larga scala, il clima di scontro più acceso si concentra proprio sulle strade dove, nel maggio del 2020, la morte di George Floyd per mano della polizia ha dato vita, allo stesso tempo, a una delle più grandi mobilitazioni antirazziste della storia americana recente.
Minneapolis, città del Minnesota poco più grande di Bologna, è diventata l’epicentro di una crisi che va ben oltre i confini locali, che scavalla gli oceani arrivando fino a noi e che racconta molte delle contraddizioni dell’America contemporanea: la lotta all’immigrazione che si manifesta in tutta la sua violenza sulle comunità locali mascherata, come troppo spesso accade ultimamente, in nome della gestione dell’ordine pubblico.

Un’operazione federale senza precedenti
La scintilla che ha acceso la miccia è la massiccia operazione federale di enforcement dell’immigrazione avviata dall’amministrazione Trump a cavallo del nuovo anno e che ha visto l’impiego di migliaia di agenti dell’ICE dispiegati in diverse città trasformando interi quartieri in vere e proprie zone di controllo permanente.
Obiettivo formale il contrasto all’immigrazione irregolare. Nella pratica, però, la presenza di oltre tremila agenti incappucciati e dal grilletto facile ha assunto per molti i contorni di una vera e propria occupazione con controlli a tappeto, scontri violenti, arresti controversi e un uso spropositato della forza che ha sollevato interrogativi giuridici.
L’uccisione di Renée Good il 7 gennaio e quella di Alex Pretti poche settimane dopo, hanno rappresentato un punto di non ritorno: le proteste locali si sono trasformate in un caso nazionale, attirando l’attenzione dei media internazionali e aprendo un nuovo fronte nello scontro politico.
Perché proprio Minneapolis?
La domanda però è una: perché una “piccola” città dell’Upper Midwest, lontana dalle grandi metropoli costiere, è diventata il centro di così tanta aggressività?
“Streets of Minneapolis” canta il Boss e, infatti, il Minnesota è un simbolo politico prima ancora che geografico: Stato storicamente blu, non vota per un presidente repubblicano dal 1972. Trend confermato anche alle ultime elezioni del 2024.
Minneapolis, in particolare, è una delle città progressiste che regge sulle spalle una lunga tradizione di attivismo sindacale, movimenti per i diritti civili e politiche locali inclusive. Colpire Minneapolis significa quindi colpire un simbolo. Politicamente, per un’amministrazione che ha fatto della mano dura e dei toni iperbolici i pilastri della propria agenda, intervenire con modalità fortemente militarizzate in un territorio come questo ha un valore dimostrativo forte.
Le comunità straniere
Ma non è tutto: il Minnesota ospita una delle più grandi comunità somale degli Stati Uniti, oltre a numerose altre comunità di origine latino-americana, asiatica e africana. Queste popolazioni sono profondamente radicate nel tessuto sociale, economico e culturale dello Stato.
Questo comporta un duplice effetto: da un lato, l’azione dell’ICE colpisce direttamente una parte significativa della popolazione ; dall’altro, le reti comunitarie sono forti e capaci di organizzare rapidamente proteste e mobilitazione politica alimentando la visibilità del fenomeno.
“Non voglio che siano nel nostro Paese” ha dichiarato Donald Trump a inizio dicembre, rincarando la dose con il termine “garbage” ovvero “spazzatura”.
C’è poi la questione Stato vs i governi locali
Molte città del Minnesota – Minneapolis in testa – adottano politiche che limitano la collaborazione con le autorità federali nel campo dell’immigrazione. Questo ha trasformato la massiccia operazione dell’ICE in uno scontro, anche, istituzionale che vede lo scontro diretto tra Washington e le amministrazioni locali. Minneapolis è un banco di prova a tutti gli effetti: se una simile operazione riesce a imporsi in una città simbolo come questa, allora potrà essere replicata altrove.
Nei giorni scorsi si è parlato della diminuzione degli agenti ICE nella zona a causa della crescente pressione pubblica ma poche ore fa, Tom Homan, definito “lo zar dei confini” dal presidente Trump, inviato dalla Casa Bianca per prendere il comando delle attività dell’ICE e delle altre agenzie federali a Minneapolis, ha dichiarato di voler rimanere “fino a quando il problema non sarà risolto”.
Minneapolis diventa così non più solo una città ma una linea di confine che spacca in due l’America di Trump che, nel tentativo di mostrare la sua forza, finisce invece per rivelare proprio la sua debolezza.

Immagini:
- ICE Agents in Minneapolis After Shooting – Chad Davis, Wikimedia Commons, licenza Creative Commons Attribution 4.0 (CC BY 4.0)
- “No Kings, No ICE protest sign — ICE protest in Minneapolis,” foto di Myotus, Wikimedia Commons, licenza Creative Commons Attribution 4.0 (CC BY 4.0)






