Dal 2% al 5%. Come funziona la spesa per la difesa

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Prima il 2%, poi il 3,5%, ora è il 5% la quota del PIL destinata alla difesa.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere un vertice NATO dopo l’altro concludersi con un nuovo obiettivo di spesa, puntualmente più ambizioso del precedente. Una percentuale del PIL che i Paesi membri si impegnano a destinare a difesa e sicurezza. Questo trend si è accentuato dal 2022, anno dell’invasione russa in Ucraina.

Quante volte abbiamo sentito parlare di queste percentuali che dividono l’opinione pubblica, accendono proteste e alimentano il confronto politico?

Ma, nel concreto, cosa significano questi numeri e soprattutto, a chi sono destinati questi soldi e di che cifre stiamo parlando?

La richiesta di aumentare la spesa militare europea viene spesso attribuita a Donald Trump. Eppure, questa rappresenta una lettura solo parzialmente corretta del fenomeno. Se è vero che l’attuale presidente degli Stati Uniti ha trasformato il tema in uno dei cardini della propria politica estera, la pressione esercitata sugli alleati europei affinché questi investissero maggiormente nella difesa nasce ben prima del ritorno del Tycoon alla Casa Bianca. Quello che sicuramente è imputabile a Trump è l’aver portato la questione su un nuovo piano, quello dello scontro politico pubblico.

Vi era però un dato che ha reso difficile le contestazioni da parte dei leader europei: nel 2015 gli Stati Uniti sostenevano oltre il 71% della spesa militare complessiva della NATO.

Già prima, quindi, la questione era arrivata ai vertici dell’agenda politica della Casa Bianca e di Bruxelles. Per comprenderne le origini bisogna tornare al 2014, anno dell’annessione della Crimea da parte della Russia. L’episodio segnò una profonda rottura nei rapporti con il Cremlino e spinse la NATO a rafforzare la propria postura sul fianco orientale.

Fu proprio al successivo vertice NATO del Galles, a settembre dello stesso anno, che gli Alleati si impegnarono a destinare quell’ormai famoso 2% del PIL alla difesa.
Nello Studio Ovale sedeva Barack Obama che sostenne apertamente la decisione e lo stesso valse per molti leader europei.

Ma nel concreto, dove finiscono questi soldi?

È qui che potrebbe nascere il primo equivoco. Quando si parla di destinare quote di PIL nazionale alla difesa si potrebbe pensare che gli stati versino quei soldi nelle casse della NATO. Non è così.

L’obiettivo del 2% o del 5% riguarda infatti la spesa nazionale per la difesa. Ogni governo finanzia autonomamente il proprio comparto militare attraverso il Ministero della Difesa. Ma chi riceve realmente questi soldi? Il percorso seguito da queste risorse è molto più articolato di quanto si possa immaginare.

Sono i singoli Paesi a individuare le capacità militari da rafforzare e una volta definite le priorità strategiche vengono avviati programmi di acquisizione pubblica, spesso del valore di miliardi di euro.

È a questo punto che entrano in gioco le grandi industrie della difesa.

Tra i principali beneficiari figurano gruppi europei come Leonardo, Rheinmetall, Airbus Defence & Space, MBDA e Thales, mentre sul versante americano dominano colossi quali Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e General Dynamics.

Attorno a queste aziende gravita un vero e proprio “ecosistema” di proporzioni enormi che comprende migliaia di piccole e medie imprese, università e centri di ricerca.

Un programma come l’F-35 coinvolge centinaia di fornitori distribuiti in diversi Paesi.

Di quanti soldi stiamo parlando?

Secondo i dati NATO relativi al 2025, i trentadue Paesi dell’Alleanza hanno speso complessivamente circa 1.400 miliardi di dollari in difesa. Con gli USA che hanno continuato a rappresentare la quota maggiore – circa 845 miliardi di dollari – e gli alleati europei assieme al Canada che hanno sfiorato i 560 miliardi.

Le stime pubblicate nel luglio 2026 indicano un’ulteriore crescita della spesa. L’Italia, nello specifico, lo scorso anno ha raggiunto e superato per la prima volta la soglia del 2% del PIL, con circa 45 miliardi di euro investiti. Il governo ha dichiarato che per l’anno in corso, invece, la spesa nazionale destinata alla difesa dovrebbe raggiungere circa il 2,8% del PIL.

Ma questa enorme mole di denaro sta rafforzando davvero l’industria europea?

Ed è proprio qui che emerge uno dei principali paradossi del riarmo europeo.

Negli ultimi anni Bruxelles ha moltiplicato gli strumenti per rafforzare la base industriale della difesa europea, promuovendo acquisti congiunti e incentivando produzione e ricerca. Quando parliamo di autonomia strategica facciamo riferimento al rafforzamento della capacità dell’Europa di produrre autonomamente e di essere, quindi, sempre meno dipendenti da industrie e governi extraeuropei. La realtà, tuttavia, appare più complessa.

L’urgenza di ricostituire rapidamente gli arsenali dopo anni di sotto-investimenti e di sostenere militarmente l’Ucraina ha spinto i governi europei a privilegiare sistemi già disponibili sul mercato ovvero quelli statunitensi arricchendo, quindi, proprio quelle industrie dalle quali cerchiamo di allontanarci per una maggiore autonomia.

Secondo l’analisi della stessa Commissione europea, tra il giugno 2022 e il giugno 2023 circa il 78% degli investimenti per nuovi appalti della difesa effettuati dagli Stati membri è stato destinato a fornitori extra-UE e, di questi, circa il 63% è confluito verso aziende statunitensi.

Bisogna però sottolineare come la dinamica sia in piena evoluzione.

Le aziende europee del settore stanno infatti registrando un aumento senza precedenti.

Gli effetti sono già visibili nei bilanci di questi grandi gruppi. Leonardo, per citare il colosso italiano, ha chiuso il 2024 con 20,9 miliardi di euro di nuovi ordini e un portafoglio commesse superiore ai 44 miliardi, mentre la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un record di 55 miliardi di euro di ordini.

Proprio questi due hanno dato vita, nel 2024, alla joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles (LRMV), partecipata in egual misura da ciascuna azienda, con l’obiettivo di sviluppare e produrre i nuovi veicoli destinati all’Esercito italiano. Si tratta di uno dei più grandi programmi di ammodernamento delle forze terrestri italiane, dal valore stimato di oltre 20 miliardi di euro. Secondo i documenti del progetto, almeno il 60% del valore aggiunto della produzione dovrà essere realizzato in Italia.

Più spesa o più autonomia?

Perché esiste una differenza sostanziale tra aumentare la spesa militare e costruire una vera politica industriale comune della difesa. È proprio su questo terreno che si misurerà il successo o il fallimento del riarmo europeo. Punto centrale resta capire se si continuerà a finanziare le capacità produttive extraeuropee alimentando un paradosso senza pari.

Perché senza una strategia condivisa, miliardi di euro di risorse pubbliche rischiano di tradursi in un semplice aumento della spesa che non si traduce in un reale aumento di quell’autonomia strategica tanto ricercata.