Dall’IRCCS Rizzoli all’ospedale di Ikonda: il ritorno in Africa del dottor Mosca

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16 Agosto 2026

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Ci sono luoghi nei quali si arriva per donare qualcosa e dai quali, alla fine, si torna avendo ricevuto molto di più. Per il dottor Massimiliano Mosca, direttore della struttura complessa dell’IRCCS Rizzoli di Bologna, l’ospedale di Ikonda, in Tanzania, è diventato una realtà del cuore. Dopo la prima missione dello scorso aprile, il dottor Mosca è tornato in questi giorni in Africa, scegliendo ancora una volta di dedicare le proprie ferie alle persone che hanno bisogno di cure. Con lui c’è il dottor Carlo Capodagli, giovane e valente collaboratore del suo staff, infermieri di sala operatoria, di reparto e fisioterapisti.
Ad aprile era stata una prima volta fatta di scoperte e incontri. Una realtà sanitaria lontana da quella del Rizzoli, casi clinici complessi, una quotidianità nella quale è necessario imparare rapidamente a muoversi e a trovare soluzioni.

“La prima volta a Ikonda è stata una scoperta emozionante – racconta Massimiliano Mosca –. Ho dovuto imparare a prendere le misure a sale operatorie e strumenti molto più semplici dei nostri e affrontare situazioni che richiedevano grande adattamento. Ma soprattutto ho scoperto la speranza negli occhi delle persone che ho incontrato e che, giorno dopo giorno, ho imparato a conoscere”. Quei volti, giorno dopo giorno, sono diventati storie, nomi, famiglie. Ma soprattutto, amicizia. Negli occhi di quelle persone Mosca ha visto la speranza di poterli rivedere presto a Ikonda. “Quando sono ripartito ho portato con me i loro sguardi e la consapevolezza che quelle persone aspettavano il nostro ritorno, non soltanto per seguire i decorsi post operatori, ma anche per poter operare altre persone con problemi. Tornare oggi a Ikonda significa anche dare una risposta a quella speranza”.

Questa seconda esperienza nasce dunque da un legame già costruito. Ritrovare i pazienti incontrati ad aprile, verificarne i progressi e affrontare nuovi casi rende la missione qualcosa di diverso da una semplice esperienza professionale: è la prosecuzione di un progetto fatto con il cuore. Significa scoprire che una relazione nata in sala operatoria può continuare anche a migliaia di chilometri di distanza. Ma la missione non è soltanto chirurgia. È anche condivisione di conoscenze e formazione. Il personale medico e sanitario dell’ospedale segue con attenzione il lavoro dei colleghi italiani, pone domande, si confronta, desidera imparare. Ogni giornata diventa così un’occasione di insegnamento, ma anche di apprendimento: perché quando cambiano le risorse, le condizioni e gli strumenti, a fare la differenza è il valore aggiunto di saper lavorare insieme e fare squadra. Poi ci sono i bambini della scuola di Ikonda. Incontrarli significa ritrovare la parte più semplice e luminosa di questo viaggio: sorrisi, curiosità, occhi che osservano e cercano di capire chi siano quei medici arrivati da lontano. Un incontro che ricorda quanto il mondo possa essere grande e, allo stesso tempo, incredibilmente piccolo quando ci si guarda negli occhi. Davanti a quei bambini colpisce una verità disarmante, che troppo spesso dimentichiamo: nascere qui o altrove è sorte. Accanto a medici e pazienti ci sono tutte le persone che ogni giorno rendono possibile la vita dell’ospedale: chi organizza, chi assiste, chi cura, chi si occupa della logistica, chi cucina, chi tiene tutto in ordine. Una grande macchina costruita soprattutto attraverso l’impegno e la dedizione di tante persone, nella quale ogni singolo contributo è importante. A Ikonda si comprende quanto sia importante il ruolo di ciascuno. Tutti contribuiscono a qualcosa che è molto più grande del singolo intervento. Ed è proprio questo il senso più profondo: non si tratta semplicemente di portare la propria professionalità, ma di condividere, imparare e costruire insieme.

“Gino Bartali diceva che ‘il bene si fa, ma non si dice’ e io sono di quest’opinione – racconta Massimiliano Mosca –. Avrei preferito tacere, perché non credo che andare in Africa durante le proprie ferie per operare chi ha bisogno debba diventare un vanto. Ma ritengo che quanto ho ricevuto dalle persone che ho incontrato a Ikonda, quanto ho avuto in dono dai loro sorrisi e soprattutto dai loro occhi carichi di speranza, meriti una parola. Non per raccontare quello che abbiamo fatto noi, ma per dire quello che Ikonda può dare a chi decide di andarci. Perché forse, tra le persone che leggeranno queste parole, ce ne sarà qualcuna che deciderà di dedicare una piccola parte del proprio tempo a quella gente. Un medico, un infermiere, un professionista. Qualcuno che possa insegnare, curare, aiutare. Anche solo per un po’”.

Questo il dono più prezioso da riportare a casa dall’Africa: scoprire che, mentre pensavi di essere partito per dare, qualcuno dall’altra parte del mondo aveva già cominciato a donare qualcosa a te.