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Nella guerra dei droni, il blackout è diventato un’arma tattica. Negli ultimi giorni, mentre le forze ribelli tigrine prendevano il controllo degli aeroporti chiave della regione, i vertici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno dato un ordine perentorio: oscurare le comunicazioni. I comandi regionali hanno imposto a Safaricom, l’operatore privato keniano entrato nel Paese con grandi prospettive di modernizzazione, e al gigante statale Ethio telecom di disattivare istantaneamente le reti di telefonia e connessione dati.

Il blackout che “acceca” i droni

Non si tratta di un semplice disservizio causato dalle bombe, ma di una fredda e calcolata contromisura militare. Il motivo? Privare l’Esercito di Difesa Nazionale Etiope e l’aeronautica federale della connettività necessaria per far funzionare la rete di intelligence e puntamento dei velivoli senza pilota. I droni di fabbricazione turca, iraniana e cinese, acquisiti da Addis Abeba, dipendono criticamente dalla trasmissione dati e dai ponti radio terrestri per individuare i bersagli sul campo, trasmettere video a frequenza elevata e correggere il tiro in tempo reale. Imponendo un blackout totale sul Tigrè, il TPLF ha scientemente accettato di precipitare la propria popolazione nell’isolamento economico e bancario pur di accecare gli “occhi nel cielo” del governo federale. Il blackout elettromagnetico che avvolge il nord dell’Etiopia misura visivamente l’inizio di una nuova e drammatica fase del conflitto. Ciò a cui stiamo assistendo non è tuttavia la semplice continuazione della guerra civile conclusasi quattro anni fa, ma la sua mutazione in un incendio totale dalle conseguenze incalcolabili.

Il fallimento della pace di Pretoria

Per cogliere la profonda differenza tra la guerra di ieri e la recrudescenza di oggi, bisogna ritornare al 2 novembre 2022, quando a Pretoria fu siglato un accordo storico. Quella firma, fortemente voluta dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti, pose fine a un conflitto sanguinosissimo, che secondo stime indipendenti provocò in soli due anni la morte di oltre seicentomila persone tra combattimenti e carestia indotta. Tuttavia, la Pace di Pretoria conteneva i semi della sua stessa distruzione. L’accordo si è rivelato un guscio vuoto, incapace di affrontare le cause strutturali della crisi e lasciando irrisolte questioni territoriali cruciali, come lo status del Tigrè occidentale. Negli ultimi due anni, l’isolamento economico del Tigrè non è mai stato davvero risolto, mentre il Primo Ministro Abiy Ahmed ha progressivamente alienato coloro che erano stati i suoi alleati chiave nella vittoria contro il TPLF.

Etiopia, nasce l’alleanza tra sette gruppi armati storicamente contrapposti

La trasformazione più radicale riguarda la composizione del fronte anti-governativo. Se nella guerra del 2020 il conflitto vedeva contrapposti il potere federale contro l’élite tigrina isolata, la mappa delle alleanze si è oggi drammaticamente rovesciata. Il 20 Settembre 2026, con un annuncio trasmesso in diretta proprio dagli studi della Tigrai TV è stata proclamata la nascita della Coalizione delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. A leggere la dichiarazione congiunta non è stato un generale tigrino, bensì Zemene Kassie, presidente e figura simbolo del Movimento Nazionale Amhara Fano. Questo nuovo cartello militare e politico riunisce sette formazioni armate storicamente e ideologicamente contrapposte.

80 etnie diverse chiuse in confini disegnati dalla storia imperialista

I motivi della nascita di un’alleanza così innaturale giacciono nella struttura stessa dell’Etiopia, un impero mai del tutto assimilato, composto da oltre 80 etnie diverse racchiuse entro confini disegnati dalla storia imperiale e sanciti dalla Costituzione del 1995 mediante il “federalismo etnico”. Tale sistema, se da un lato garantiva formalmente il diritto all’autodeterminazione dei singoli Popoli, dall’altro ha istituzionalizzato la competizione etnica per le risorse fisiche e per il controllo del potere federale ad Addis Abeba.

Dal federalismo etnico alla visione pan-etiopica centralizzata

Quando Abiy Ahmed è salito al potere nel 2018, il suo progetto politico mirava a superare il federalismo etnico in favore di una visione pan-etiopica centralizzata. Tuttavia, questo tentativo si è scontrato con le identità etniche locali. Nonostante l’enfasi della dichiarazione congiunta letta su Tigrai TV, gli equilibri e le diffidenze interne alla neonata Alleanza rimangono enormi ed evidenti. Non a caso, pochi giorni prima della proclamazione, i portavoce dell’Esercito di Liberazione Oromo si sono affrettati a precisare che l’intesa è unicamente ristretta all’obiettivo tattico di abbattere il regime centrale e non implica un accordo sul futuro assetto politico del Paese. Il sodalizio è nato dunque da un puro calcolo di sopravvivenza pragmatica: nessuno dei singoli gruppi insurrezionali possiede, da solo, le risorse per marciare su Addis Abeba. Ma se la colla che tiene insieme la coalizione è solo l’odio comune verso Abiy Ahmed, il rischio che l’Etiopia precipiti in un processo di balcanizzazione e frammentazione bellica ancora più distruttivo è concreto.

L’Etiopia vuole l’accesso al mare

A questo quadro si aggiunge un vincolo strutturale e geografico esistenziale: l’Etiopia è oggi il più popoloso Stato al mondo privo di uno sbocco diretto sul mare. La perdita dell’Eritrea nel 1993 ha privato il Paese dei porti di Assab e Massaua, trasformando l’Etiopia in un gigante ostaggio geografico, costretto a dipendere per il proprio commercio marittimo dalle infrastrutture del piccolo Gibuti, con costi d’affitto enormi che soffocano l’economia federale. L’ossessione geografica per l’accesso al Mare Rosso è diventata il motore primario delle spericolate mosse geopolitiche di Abiy Ahmed. Il Governo federale ha drasticamente ridimensionato la nascita della coalizione, bollandola come una creazione eterodiretta, interamente finanziata, armata e orchestrata dall’Eritrea.

Nel 2018, la storica riappacificazione con l’Eritrea era valsa il Premio Nobel per la Pace al Primo Ministro etiope, ma dopo quel momento le relazioni sono precipitate lungo una traiettoria di fredda ostilità, peggiorata ulteriormente quando Abiy ha iniziato a rivendicare pubblicamente il “diritto storico e naturale” dell’Etiopia ad avere un accesso al Mare Rosso. Il conflitto interno all’Etiopia non può più essere letto come una crisi puramente nazionale. Esso è ormai intrecciato con la macro-crisi di sicurezza che va dal bacino del Nilo allo Stretto di Bab el-Mandeb, trasformando il Corno d’Africa in un teatro di tensioni.

Il Sudan e l’appoggio ai combattenti tigrini

Un elemento determinante è il Sudan. Devastato a sua volta da una spietata guerra civile è diventato un terreno di contagio reciproco. Il governo militare sudanese guarda con profonda ostilità ad Abiy Ahmed, accusato di aver fornito supporto logistico alle Forze di Supporto Rapido. Di conseguenza, ha spalancato le porte dei propri confini orientali per permettere il transito di armi e il rifugio dei combattenti tigrini e amhara. L’evento detonatore dell’architettura regionale si è però verificato all’inizio del 2024, quando l’Etiopia ha firmato un Memorandum d’Intesa con la repubblica separatista del Somaliland. L’accordo prevede la concessione all’Etiopia di una striscia di costa per la costruzione di una base navale e di un porto commerciale presso Berbera in cambio del formale riconoscimento diplomatico dell’indipendenza del Somaliland dalla Somalia.

Questa mossa ha provocato una reazione a catena, che ha spinto la Somalia verso l’Egitto e l’Eritrea.

Israele e l’importanza della stabilità del Corno d’Africa

In questa complessa scacchiera si inserisce la figura strategica di Israele. Per Tel Aviv, la stabilità e l’orientamento politico del Corno d’Africa e della sponda occidentale del Mar Rosso rappresentano un fattore di sicurezza nazionale primario, reso drammaticamente urgente dagli attacchi dei ribelli Houthi dal vicinissimo Yemen contro il traffico marittimo diretto verso lo stretto di Bab el-Mandeb e il porto di Eilat. La politica estera israeliana nella regione si muove su tre direttrici interconnesse. L’asse storico con Addis Abeba, in quanto un’Etiopia forte con strutture di potere a maggioranza cristiana è un baluardo contro la penetrazione dell’islamismo radicale e dell’influenza iraniana. C’è poi la convergenza con il Kenya, con cui ha consolidato una stretta alleanza militare e di intelligence. Infine il riconoscimento del Somaliland, considerato una vera e propria piattaforma naturale nel Mar Rosso.

Mentre il Corno d’Africa minaccia di trasformarsi in una polveriera regionale, la posizione storica delle potenze occidentali appare contrassegnata da un misto di impotenza, pragmatismo e palese opportunismo geopolitico. Durante la guerra del Tigrè (2020-2022), Washington e Bruxelles avevano adottato una linea di duro condanna contro il governo di Abiy Ahmed. Gli Stati Uniti avevano rimosso l’Etiopia dal programma commerciale preferenziale che garantiva l’accesso esentasse al mercato americano e imposto sanzioni mirate contro alti funzionari governativi ed eritrei per le sistematiche violazioni dei diritti umani e il blocco dei soccorsi umanitari. L’UE, dal canto suo, aveva congelato gli aiuti di bilancio destinati ad Addis Abeba.

L’Occidente “riabilita” il governo di Abiy Ahmed

Tuttavia, il quadro globale è profondamente mutato. La necessità di impedire che l’Etiopia scivolasse definitivamente nell’orbita cinese e russa, dopo il suo ingresso nel blocco dei BRICS, ha spinto l’Occidente a resettare i propri rapporti con Abiy Ahmed.

La svolta diplomatica si è formalizzata con la decisione di revocare le ultime sanzioni economiche e finanziarie pendenti. Ma si tratta di un calcolo dai rischi altissimi. La revoca delle sanzioni occidentali è giunta proprio mentre sul campo la violenza tornava a dilagare e le speranze nate con gli Accordi di Pretoria si infrangevano contro la realtà di un Paese nuovamente in armi. La decisione di riabilitare finanziariamente il regime di Addis Abeba rischia di essere interpretata dal governo federale come un assegno in bianco per proseguire l’opzione militare e l’uso sproporzionato della forza aeromobile contro le province ribelli.

L’Etiopia si trova oggi a un bivio drammatico. Il tentativo di spegnere le reti mobili e le connettività internet per neutralizzare la minaccia dei droni è la metafora perfetta di un Paese che, per difendere le proprie posizioni di potere locale, sceglie di riavvolgere il nastro dello sviluppo, accettando il buio e l’isolamento. L’illusione del governo federale di poter congelare le rivendicazioni autonomiste delle varie etnie si sta scontrando con la dura realtà di un’insurrezione multilaterale che copre ormai gran parte del territorio nazionale. Se la diplomazia internazionale continuerà a inseguire risposte di breve termine e dettate da convenienze geopolitiche, il rischio non sarà soltanto il fallimento dello Stato etiope, ma il definitivo stravolgimento dell’intero quadrante est-africano, dalla valle del Nilo alle rive del Mare Rosso.