Iran: Intervista all’ex prigioniero politico Nasrollah Marandi. “Sopravvissuto al massacro del 1988: oggi temo che possa accadere di nuovo”

Destre d’Europa: così uguali, così diverse

13 Giugno 2026

Destre d’Europa: così uguali, così diverse

13 Giugno 2026

Nasrollah Marandi, nasce nel 1960 a Teheran. È attivo nell’opposizione al regime dello Scià dal 1977 e sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nel 1981 fu arrestato, torturato e inizialmente condannato a morte, pena poi commutata a 15 anni di carcere. Trascorse dieci anni tra le prigioni di Ghezel Hesar, Gohardasht ed Evin, sopravvivendo anche al massacro dei prigionieri politici del 1988.

Proprio quell’anno fu detenuto con Mohammad Taghavi, un prigioniero politico sostenitore dei (PMOI/MEK), impiccato il 30 marzo.

È il 1991 quando Nasrollah Marandi esce dal carcere di Evin; dopo anni di prigionia, soprusi e torture. Oggi vive in Svezia e, attraverso la sua testimonianza racconta la brutale repressione messa in atto dal regime iraniano contro gli oppositori politici negli anni Ottanta, con particolare riferimento agli arresti, alle persecuzioni e alle esecuzioni che colpirono i membri PMOI/MEK. Una politica di repressione che continua a segnare la storia della Repubblica Islamica ancora oggi.

«Sono stato imprigionato esclusivamente a causa delle mie convinzioni politiche, del mio sostegno all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano e della mia opposizione sia alla dittatura dello Scià sia al regime della Repubblica Islamica.

Oggi desidero lanciare un avvertimento» afferma Marandi «dopo i recenti sviluppi e le tensioni tra gli Stati Uniti e il regime iraniano, esiste il rischio concreto che si verifichi un nuovo massacro di prigionieri politici, in particolare tra i membri dei MEK, e gli attivisti arrestati durante le più recenti ondate di protesta. Lo stesso capo della magistratura del regime iraniano, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha dichiarato apertamente che si dovrebbe ricorrere ancora di più alle esecuzioni».

Marandi ci può raccontare come e perché ha iniziato la lotta contro il regime dello Scià, l’impegno con i MEK e il contesto storico di quegli anni?

«Nel 1976 uno studente che conoscevo fu arrestato dalla SAVAK, la polizia segreta del regime dello Scià. All’epoca ero un adolescente e mi posi una domanda: perché una persona capace, altruista e vicina al popolo, doveva essere arrestata?

In quegli anni appresi che questa persona aveva contatti con i Mojahedin del Popolo Iraniano e che era stato arrestato per aver letto i loro scritti e le difese dei membri MEK giustiziati dal regime tra il 1972 e il 1976.

All’epoca, in Iran esisteva un unico partito legale, il Partito Rastakhiz, controllato dallo Scià e dalla SAVAK. Tutti gli altri partiti, compresi quelli che in qualche modo erano legati al sistema monarchico, erano proibiti e chi non accettava il sistema era invitato a lasciare il Paese. Parallelamente, gran parte della popolazione viveva in condizioni di povertà e profonda disuguaglianza, soprattutto nelle zone rurali.

Fu proprio questo contesto di repressione e ingiustizia sociale a farmi avvicinare alla politica e a spingermi ad approfondire lo studio su queste questioni.

Negli anni 1977 e 1978 partecipai attivamente alle manifestazioni che portarono alla caduta del regime dei Pahlavi; e in diverse occasioni fui aggredito e picchiato dagli agenti della SAVAK proprio per il mio coinvolgimento in queste attività di protesta».

Perché e in che contesto nasce l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK)?

«Il nucleo iniziale dei membri e delle forze dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che fondarono l’organizzazione nel 1965, era composto da persone istruite, con formazione accademica e pienamente consapevoli della realtà sociale dell’Iran.

I tre fondatori principali — Mohammad Hanifnejad, Saeed Mohsen e Asghar Badizadegan, erano attivi nel sostegno al governo popolare di Mohammad Mossadeq, rovesciato nel 1953 a seguito di un colpo di Stato organizzato con il coinvolgimento della CIA e dell’MI6, e realizzato con il supporto di settori dell’esercito iraniano e dello Scià, che portò al ritorno a un regime monarchico autoritario.

La loro esperienza mise in evidenza la necessità di creare un’organizzazione strutturata, professionale e dedita al sacrificio, che in seguito si sviluppò progressivamente.

In quegli anni di forte repressione, i loro ideali — libertà, difesa degli interessi del popolo, eliminazione delle disuguaglianze sociali e libertà di pensiero — erano incompatibili con il regime autoritario dello Scià. Questo portò alla loro persecuzione: furono arrestati, sottoposti a torture e infine giustiziati nel 1972».

All’inizio mi ha citato la SAVAK. Riesce a descriverci il suo ruolo e le sue funzioni repressive?

«La SAVAK, il famigerato servizio segreto del regime dello Scià, impiegava strumenti di repressione estremamente sofisticati con l’obiettivo di eliminare qualsiasi forma di pensiero non conforme all’egemonia della dinastia Pahlavi. Persino uno studente poteva essere condannato a lunghe pene detentive — anche superiori ai dieci anni — semplicemente per aver letto un libro considerato sovversivo.

La repressione della SAVAK portò inoltre all’eliminazione dei membri dei Mojahedin del Popolo Iraniano e dell’Organizzazione dei Fedayin del Popolo (Marxista-Leninista), tra le principali forze progressiste attive negli anni ’60 e ’70. L’eliminazione di questi movimenti offrì ad alcuni ambienti religiosi l’opportunità di giustificare la dittatura dello Scià e di collaborare, in diversi modi, con il regime e con la stessa SAVAK».

Dopo aver delineato il contesto storico e politico in cui si era sviluppata la lotta contro il regime dello scià, arriviamo al 1979: che ricordi conserva di quel periodo così cruciale per la storia dell’Iran?

«Dopo la caduta del regime dello Scià, per la prima volta in Iran si aprì uno spazio relativamente libero, segnato dalla fine della repressione sistematica che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Diversi partiti politici, sia di sinistra sia di destra, poterono aprire sedi e svolgere pubblicamente le proprie attività. Fu un periodo eccezionale per il popolo iraniano, in cui le energie collettive sembravano orientate verso la libertà e la ricostruzione del Paese.

Tuttavia, Khomeini forte della legittimità religiosa e politica acquisita, iniziò rapidamente a reprimere e a colpire i sostenitori della libertà e le diverse componenti sociali oppresse del Paese. Già pochi mesi dopo la caduta dello Scià si verificarono dure repressioni e massacri, tra cui quelli in Kurdistan, a Gonbad e nelle regioni arabe del sud dell’Iran. Successivamente, questa repressione si intensificò ulteriormente e, nel 1981, si tradusse in una vasta ondata di arresti e persecuzioni contro i MEK e altre forze favorevoli alla libertà».

Quali furono le prime impressioni dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica? In che modo la lotta politica dei MEK cambiò dopo il 1979 e come si riorganizzò il movimento nel nuovo contesto?

«I MEK, sulla base della loro conoscenza della natura reazionaria di Khomeini, non lo consideravano un leader realmente popolare né orientato alla libertà. Tuttavia, nei primi anni della Rivoluzione cercarono comunque di influenzarne la direzione, orientandola verso le richieste popolari e tentando di preservare lo spazio politico appena conquistato, evitando che venisse nuovamente chiuso. L’obiettivo era anche quello di scongiurare una deriva verso lo scontro armato tra, da un lato, i Mojahedin del Popolo Iraniano e le forze popolari e, dall’altro, Khomeini e il clero a lui vicino.

In quel contesto, grazie alle loro posizioni progressiste e alla difesa dei principi di libertà, giustizia sociale e partecipazione politica, i MEK conobbero una rapida crescita del consenso. Il loro giornale, Mojahed, circolava nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche e persino nei villaggi più isolati del Paese, diventando in breve tempo una delle pubblicazioni più lette in Iran. Questo crescente sostegno popolare suscitò la preoccupazione di Khomeini. Di conseguenza, il conflitto tra Iran e Iraq — che i MEK consideravano contrario agli interessi nazionali — fu utilizzato dal regime per consolidare il proprio potere e come copertura per giustificare un’ulteriore stretta repressiva contro l’organizzazione e gli altri sostenitori della libertà».

Nel Novembre del 1981 viene arrestato. Ci racconta cosa è successo?

«Il 20 Giugno 1981 i Mojahedin del Popolo Iraniano riuscirono a mobilitare a Teheran circa 500.000 persone riunitesi in una grande manifestazione pacifica. L’imponente partecipazione confermò la crescente influenza dell’organizzazione in ampi settori della società iraniana. Quella stessa giornata segnò però una svolta drammatica: su ordine di Khomeini, le Guardie Rivoluzionarie aprirono il fuoco contro i manifestanti. L’intervento provocò numerosi morti e feriti.

Ricordo che il giorno successivo a quella giornata, i quotidiani del regime, tra cui il Kayhan, pubblicarono le fotografie di giovani ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni, giustiziati nella prigione di Evin. Al momento dell’esecuzione non si conoscevano nemmeno i loro nomi. I giornali chiesero alle famiglie di recarsi a identificare i corpi dei propri figli e portarli via.

Dopo questi eventi, una vita normale non era più possibile. Per continuare la mia lotta e sfuggire all’arresto, scelsi con determinazione la strada della resistenza e della clandestinità. In quei giorni ricevevo continuamente notizie dell’arresto e dell’esecuzione di amici e compagni: Mostafa Marandi, Alireza Marandi, Houri Alaeini, appena quindicenne, Habib Khodaverdi e molti altri, i cui nomi e fotografie apparivano regolarmente sulla stampa del regime. Molti erano stati impiccati prima del mio arresto. Io stesso, nel novembre del 1981, fui identificato per strada da una guardia rivoluzionaria. Nel tentativo di non essere catturato vivo cercai di resistere, ma fui colpito ad una gamba e persi conoscenza. Mi risvegliai circa quarantotto ore dopo nella prigione di Evin, ferito ma ancora vivo.

Non appena ripresi conoscenza, fui condotto nelle sale di tortura e sottoposto a sevizie estremamente brutali: frustate con cavi, sospensione per le braccia, e altre forme di violenza. Il proiettile era ancora conficcato nell’osso della mia gamba destra, e persi conoscenza più volte.

Gli interrogatori avevano un unico obiettivo: ottenere informazioni sui miei amici, sui miei contatti con i MEK e sulle mie attività politiche. Nonostante le torture, trovai la forza di resistere, ispirato dal coraggio e dalla determinazione di molti altri detenuti. Nella prigione di Evin, un intero piano era dedicato alle torture, con circa sette stanze appositamente attrezzate. In quei locali uomini e donne di ogni età — dai ragazzi di appena dodici anni fino ad anziani di settanta o ottant’anni — venivano sottoposti a violenze e sevizie nel tentativo di spezzarne la volontà. Molti di loro, pur sotto pressione estrema, rifiutavano di rivelare informazioni. Anch’io, con lo stesso spirito e con orgoglio, non fornii alcuna informazione sui miei compagni.

Dopo un lungo periodo di torture, fui portato in tribunale su una barella, senza alcuna assistenza legale. Dopo poche domande, fui inizialmente condannato a morte; successivamente, in un secondo processo, la pena fu commutata in 15 anni di carcere. Nel dicembre del 1982, con la notifica ufficiale della sentenza, fui trasferito nella prigione di Ghezel Hesar».

Com’è stata la detenzione a Ghezel Hesar?

«Nella prigione di Ghezel Hesar, Unità 1, fui assegnato a un reparto composto da 24 stanze e circa 500 detenuti, la maggior parte dei quali sostenitori dei MEK. All’interno del carcere esisteva una forte coesione tra i prigionieri, sia sul piano politico sia su quello organizzativo. Molti di noi si definivano “sar-e moze”, cioè persone che rimanevano salde nelle proprie convinzioni e continuavano la lotta fino alla fine.

Nonostante la repressione sistematica all’interno delle carceri e la totale assenza di libri o materiali, tra detenuti riuscivamo a condividere conoscenze ed esperienze accumulate nel tempo. Questo scambio continuo alimentava e rafforzava la resistenza collettiva. Per noi, il carcere non rappresentava soltanto un luogo di detenzione, ma un’ulteriore frontiera della lotta: uno spazio di resistenza e di fermezza contro il regime e i suoi aguzzini.

Nel 1986 i prigionieri politici_ in gran parte appartenenti o vicini ai MEK_furono trasferiti dalla prigione di Ghezel Hesar a quella di Gohardasht. Tra loro c’ero anch’io».

Ci racconta di quel trasferimento, e di come si intensificò la repressione verso i MEK?

«Il trasferimento di molti membri e sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano da Ghezel Hesar a Gohardasht fu una scelta deliberata e pianificata, funzionale a preparare il terreno per successive azioni repressive. Gohardasht era infatti un carcere di massima sicurezza, caratterizzato da una struttura estesa e da condizioni estremamente dure. Durante il trasferimento collettivo, fin dal nostro arrivo fummo accolti con violenze, percosse e minacce. In quel periodo, in molte carceri di Teheran, i detenuti politici avevano intrapreso scioperi della fame e rivendicavano apertamente la propria identità politica come sostenitori dei Mojahedin (sar-e moze).

Tra il 1986 e il 1988 fummo sottoposti a torture particolarmente brutali. Tra queste, la cosiddetta “camera a gas”, che provocava il soffocamento collettivo, e il “corridoio della morte”, dove le guardie si disponevano lungo il passaggio colpendo senza sosta i detenuti con cavi mentre lo attraversavano. Vi erano inoltre lunghi periodi di isolamento, la totale sospensione delle visite familiari e l’impossibilità di accedere all’aria aperta. Oltre a ciò: il responsabile della sicurezza del carcere, Davood Lashgari, entrava frequentemente nella nostra sezione minacciandoci apertamente, esclamando: “Stiamo aspettando l’ordine di Khomeini; vi giustizieremo tutti”.

Il 27 luglio 1988 segnò l’inizio delle esecuzioni di massa nella prigione di Gohardasht. Fu l’avvio di una delle pagine più tragiche della storia contemporanea dell’Iran, ricordata come il massacro del 1988».

«Ricordo che, fin dalle prime ore del mattino, i detenuti venivano condotti a gruppi di 10 o 12 persone nella cosiddetta “stanza della morte”. Le esecuzioni iniziavano all’alba e proseguivano ininterrottamente fino a tarda notte.

Io stesso fui portato una volta davanti alla cosiddetta “Commissione della morte”, composta da:

Questi membri, insieme a funzionari del carcere come Mohammad Moghiseh e Hamid Nouri, decidevano la sorte dei detenuti senza tener conto delle loro sentenze precedenti, inviandoli direttamente all’esecuzione.

Le cosiddette “udienze” davanti alla Commissione della morte duravano appena 3-5 minuti. Ci interrogavano brevemente, con domande secche e senza possibilità di difesa, poi ci spingevano nel “corridoio della morte”. Lì, una volta riuniti in gruppi di 10-12 persone, venivamo trasferiti nella sala delle esecuzioni, senza sapere se e quando avremmo fatto ritorno.

Tra le vittime di quel massacro ci furono molti dei miei amici più cari. Qanbar Nemati, a cui mancavano solo pochi mesi alla fine della pena, fu giustiziato il 16 agosto 1988. Altri, come Asghar Masjedi, Reza Zand, Taher Bazzaz, Mohammad Nouri e Mehrdad Ashtari, furono impiccati tra la fine di luglio e l’inizio di settembre. Ogni nome, ogni volto, rimaneva impresso nella mente, a testimoniare la crudeltà di quei giorni e il prezzo terribile della nostra resistenza.

È importante ricordare che oltre il 90% delle vittime del massacro del 1988 erano membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano».

C’è qualcosa del massacro del 1988 che ritiene importante raccontare o denunciare?

«Nelle due principali prigioni di Teheran, Gohardasht ed Evin, nel 1988 furono giustiziati quasi tutti i detenuti politici, tranne circa 350-370 persone. Tra loro c’erano uomini e donne che avevano già scontato la loro pena, come Farzin Nosrati, ma venivano tenuti in carcere solo perché non avevano mai rinunciato alle proprie convinzioni, i cosiddetti sar-e moze. Nell’estate del 1988 furono ugualmente giustiziati.

Un caso particolarmente toccante fu quello del mio caro amico Nasser Mansouri, paralizzato e ricoverato nell’infermeria del carcere. Lo portarono davanti alla commissione su una barella e lo giustiziarono lo stesso giorno. Io stesso fui testimone diretto di quegli eventi. Seduto nel corridoio della morte, con la benda sugli occhi, riuscivo a percepire e, a tratti, vedere ciò che accadeva intorno a me.

Il massacro del 1988 non fu un episodio improvvisato, ma un’operazione pianificata in anticipo da Khomeini e dal suo regime, attuata sotto la copertura della fine della guerra tra Iran e Iraq e dell’accettazione del cessate il fuoco. Come ha affermato nel 2024 Javaid Rehman, ex Relatore Speciale delle Nazioni Unite, il massacro del 1988 deve essere riconosciuto come un atto di genocidio e un crimine contro l’umanità».

Tra i funzionari della Commissione della morte cita anche Hamid Nouri, rilasciato dalla Svezia nel giugno 2024 in uno scambio che ha suscitato grande indignazione tra dissidenti ed esuli iraniani. Può raccontarci quale ruolo ha avuto Hamid Nouri durante il massacro del 1988?

«Nel 2019 Hamid Nouri, noto nel carcere di Gohardasht come Hamid Abbasi, è stato arrestato a Stoccolma. All’epoca del massacro del 1988 ricopriva il ruolo di vice procuratore del carcere ed era direttamente coinvolto nelle esecuzioni di massa dei prigionieri politici.

Durante il processo, durato dal 2019 al 2023, hanno testimoniato oltre 80 persone, tra ex detenuti provenienti da diversi Paesi. In quanto cittadino svedese e testimone diretto, sono stato tra i principali querelanti, partecipando attivamente sia alle indagini sia al procedimento giudiziario.

Nel 2023 Hamid Nouri è stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità, sia in primo grado sia in appello. Tuttavia il governo svedese, nel giugno 2024, lo ha successivamente rilasciato nell’ambito di uno scambio di prigionieri con la Repubblica Islamica dell’Iran, consentendogli di fare ritorno in Iran».

Come sono stati i mesi e gli anni successivi al 1988?

«Dal 1988 al 1991 fui detenuto nel carcere di Evin. In quel periodo, chi era rimasto in vita viveva ogni giorno nell’angoscia e nell’attesa costante dell’esecuzione.

Anche dopo la fine delle esecuzioni di massa, il responsabile del carcere, Mohammad Moghiseh (noto con lo pseudonimo di Naserian) continuava a ripeterci: “Anche la sentenza per coloro che non sono stati ancora giustiziati è la morte; stiamo solo aspettando il momento opportuno per eseguirla”.

Già nel settembre 1988, Massoud Rajavi, leader della Resistenza, scrisse al Segretario Generale delle Nazioni Unite denunciando le esecuzioni in corso. Allo stesso tempo, in molti Paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada, si svolsero sit-in e manifestazioni per denunciare la brutalità del regime.

Sotto pressione internazionale e grazie all’azione dei MEK, a partire dal 1991 il regime fu costretto a rilasciare una parte dei detenuti politici rimasti. Nonostante la pressione internazionale, la repressione non si fermò nemmeno al di fuori delle prigioni. Il regime continuò le uccisioni del 1988 con omicidi mirati contro ex prigionieri politici. Molti dei miei compagni, con i quali avevo condiviso anni di detenzione, furono assassinati poco dopo la liberazione, tra cui Amir Ghaffouri, Mahmoud Meydani, Abbas Navaei, Siavash Varzesh-Nama e Behzad Hajian.

Anch’io una volta rilasciato fui vittima di un tentativo di rapimento a Teheran, dal quale riuscii a salvarmi solo grazie all’intervento tempestivo delle persone presenti. La paura e la costante minaccia di morte ci accompagnavano ovunque, anche dopo essere usciti dal carcere».

Ad oggi, c’è qualcosa che vorrebbe denunciare affinché quanto accaduto in quel periodo non venga dimenticato o distorto dalla propaganda del regime?

«Per quanto riguarda le esecuzioni, esse riflettono la natura intrinseca del regime dei mullah. Per anni, i MEK e la Resistenza iraniana hanno sollecitato la comunità internazionale a condannare e isolare il regime, chiedendo che qualsiasi relazione politica o economica fosse subordinata alla cessazione delle esecuzioni e delle torture.

Tuttavia, per motivi economici e politici, molti governi hanno preferito adottare una politica di appeasement. Nonostante ciò, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il regime più di 59 volte, sebbene le reazioni concrete degli Stati siano rimaste spesso limitate o passive. Dalla mia esperienza diretta, il massacro del 1988 fu orchestrato con l’obiettivo di prevenire qualsiasi possibile rivolta popolare a seguito del cessate il fuoco e della fine della guerra Iran-Iraq».

Qual è la sua valutazione sull’uso sistematico della pena di morte e sulle esecuzioni di prigionieri politici da parte della Repubblica Islamica?

«Dal 1981 a oggi, sulla base di ciò che ho vissuto personalmente e delle esperienze condivise dai miei compagni, la vera natura di questo regime si è manifestata attraverso le esecuzioni, la repressione e il terrorismo. Eppure, nonostante tutto, la lotta non si è mai fermata. Per evitare che una tragedia come quella del 1988 possa ripetersi, ritengo indispensabile un’azione ferma e concreta della comunità internazionale nei confronti del regime iraniano.

Tra le vittime più recenti vorrei ricordare in particolare Mohammad Taghavi, con il quale condivisi la prigionia nel 1988. Allora aveva appena ventun anni: era pieno di energia, di speranza e si trovava alla sua prima detenzione. Dopo essere stato rilasciato nel 1989, continuò il suo impegno nella resistenza. Il 30 marzo 2026 è stato giustiziato nel carcere di Ghezel Hesar.

Quando penso a lui, sono convinto che oggi esistano ancora molti giovani animati dallo stesso coraggio e dalla stessa determinazione, impegnati nelle strutture organizzate della resistenza. È anche per questo che il regime teme profondamente le nuove generazioni e le future proteste popolari che, a mio avviso, porteranno inevitabilmente alla sua caduta.

Ancora oggi, migliaia di iraniani e sostenitori della libertà in diversi Paesi cercano di far sentire al mondo la voce dei prigionieri politici e delle vittime delle esecuzioni. In questo contesto, la grande manifestazione del 20 giugno 2026 a Parigi, alla quale si prevede la partecipazione di oltre 100.000 persone, rappresenta un’importante occasione per richiamare nuovamente l’attenzione internazionale sulla situazione dei diritti umani in Iran».

Foto di copertina concessa gentilmente da Nasrollah Marandi.