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Un elicottero presidenziale fende il cielo plumbeo dell’Estremo Oriente russo, puntando deciso verso un lembo di terra vulcanica e ventosa sperduto tra il Mare di Okhotsk e l’Oceano Pacifico. Per Vladimir Putin è la prima volta in assoluto. Da quando siede ai vertici del Cremlino, non aveva mai messo personalmente piede sulle isole Curili.
La discesa a terra su Iturup, chiamata Etorofu a poche centinaia di miglia nautiche di distanza, sulla sponda nipponica, non è una semplice gita istituzionale tra impianti di lavorazione del pesce, scuole e ospedali locali. È un’azione dal forte sapore strategico e geopolitico, concepita con un ritmo incalzante per lanciare un messaggio netto su scala planetaria: la Russia non arretra di un millimetro, neanche nei suoi avamposti più orientali, mentre il mondo guarda altrove.
Le Isole Curili, dove sono
Le Isole Curili formano un arco vulcanico lungo circa 1.300 chilometri che si estende dalla penisola russa della Kamchatka fino all’isola giapponese di Hokkaido. Separano il Mare di Okhotsk dall’Oceano Pacifico settentrionale e rappresentano una cerniera geostrategica di prim’ordine. Al centro della disputa diplomatica ci sono le quattro isole più meridionali dell’arcipelago: Iturup (Etorofu), Kunashir (Kunashiri), Shikotan e Habomai. La storia di questo confine conteso affonda le radici negli spasmi finali della Seconda Guerra Mondiale. Nell’agosto del 1945, l’Armata Rossa sovietica occupò l’intera catena insulare. Da allora, Mosca ne detiene il controllo amministrativo ed effettivo.
Tuttavia, il Giappone non ha mai riconosciuto tale sovranità, definendo quei territori i propri “Territori del Nord”. Secondo Tokyo, l’occupazione fu illegittima e contraria ai trattati internazionali. Questa ferita aperta ha bloccato per decenni la firma di un trattato di pace formale capace di chiudere definitivamente la Seconda Guerra Mondiale tra Russia e Giappone.
I rapporti tra Russia e Giappone
La scelta del tempismo non è casuale. Prima di atterrare a Iturup, Vladimir Putin aveva ispezionato la flagship della Flotta del Pacifico, l’incrociatore lanciamissili Varyag, nel quadro di imponenti manovre militari al largo della vicina isola di Sakhalin.
Il viaggio arriva in un momento in cui le relazioni tra Mosca e Tokyo sono ai minimi storici. Il Giappone, a differenza del passato, ha scelto di allinearsi drasticamente al fronte occidentale dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tokyo ha aderito ai pacchetti di sanzioni del G7, ha congelato i progetti economici congiunti e ha fornito aiuti finanziari e umanitari a Kiev.
In risposta, la Russia ha bruscamente interrotto i negoziati per il trattato di pace.
Andare oggi sulle Curili significa sfruttare una finestra di massima contrapposizione. Putin intende dimostrare che, nonostante la pressione economica internazionale e lo sforzo bellico profuso a ovest, Mosca mantiene una presa ferrea, muscolare e inattaccabile su ogni centimetro del suo territorio, a prescindere da chi lo rivendichi.

La reazione di Tokyo non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, ha convocato immediatamente l’ambasciatore russo per formalizzare una “ferma protesta”, ribadendo che l’arcipelago appartiene storicamente e giuridicamente al Giappone e definendo il gesto offensivo per la sensibilità nazionale nipponica. Il governo ha sottolineato come questa mossa ipotechi pesantemente qualsiasi futura normalizzazione dei rapporti diplomatici.
Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea guardano con estrema preoccupazione a questi movimenti, leggendoli come il sintomo di un asse revisionista sempre più compatto. La Russia, infatti, non agisce in isolamento: intensifica le esercitazioni congiunte con la Cina nei mari circostanti il Giappone e stringe legami militari e logistici con la Corea del Nord, che invia rifornimenti e truppe a supporto della campagna di invasione in Ucraina.
Proprio la Cina mantiene una posizione pragmatica e ambigua sulla contesa delle Curili, bilanciando il suo solido partenariato strategico con la Russia e i delicati rapporti di vicinato con il Giappone. Nei decenni passati, in particolare durante le tensioni sino-sovietiche della Guerra Fredda, Pechino aveva in parte sostenuto le rivendicazioni territoriali di Tokyo. Ancora oggi, storicamente, la cartografia ufficiale cinese ha talvolta adottato diciture particolari per marcare la complessità della questione. Tuttavia, nel contesto geopolitico attuale caratterizzato dal fortissimo asse di cooperazione tra Mosca e Pechino, la Cina evita accuratamente di schierarsi apertamente contro la Russia sulle Curili. Al contrario, tollera la sovranità russa di fatto e sfrutta la contrapposizione tra Mosca, Tokyo e gli alleati occidentali per consolidare la propria sfera d’influenza nell’area indo-pacifica, rafforzando nel contempo le esercitazioni militari congiunte con le forze russe proprio nei mari limitrofi all’arcipelago, trasformando l’area in un quadrante di pressione costante non solo per il Giappone, ma per l’intera architettura di sicurezza voluta dagli Stati Uniti nella regione.
Per l’Ucraina, la mossa di Putin sulle Curili rappresenta l’ennesima conferma di una strategia del Cremlino basata sulla proiezione di forza globale. Mosca vuole dimostrare all’Occidente che non esiste un teatro periferico: la pressione russa si estende senza soluzione di continuità dal Donbass fino al Pacifico, mettendo in scacco la stabilità della sicurezza asiatica ed europea nello stesso istante. La visita lampo di Vladimir Putin alle Curili va oltre la cronaca diplomatica: è un atto politico teatrale e assertivo. Rimarcare la sovranità russa su un territorio conteso serve a cementare il fronte interno nazionalista, a punire indirettamente un Giappone filo-occidentale e a inviare un segnale inequivocabile agli Stati Uniti.
Mentre la guerra in Ucraina continua a logorare gli equilibri mondiali, le onde del Pacifico contro le scogliere vulcaniche di Iturup ricordano che ogni contesa irrisolta del Novecento è pronta a trasformarsi, oggi più che mai, in un nuovo frammento del grande mosaico del confronto globale. Per il Cremlino, ogni isola, ogni scoglio e ogni avamposto strategico diventano pedine di una partita più grande, dove la dimostrazione di forza a est fa da eco e da scudo alla campagna militare condotta a ovest. La sovranità rivendicata sul Pacifico si trasforma così nell’ennesimo monito lanciato a un Occidente distratto su più fronti, confermando che la mappa geopolitica del pianeta è ormai ridisegnata sotto il segno di una tensione permanente e globale.






