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In Italia quasi una donna su tre ha subìto nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Dietro questi numeri si nasconde una realtà fatta di aggressioni domestiche, coercizione psicologica, stalking, rapporti forzati e stupri spesso commessi da partner, ex partner o persone conosciute. A tracciare il quadro più aggiornato è la nuova indagine Istat “Sicurezza delle donne”, ancora in corso ma già in grado di delineare la geografia della violenza di genere nel Paese.
In base alle stime preliminari diffuse dall’Istat, nel 2025 sono circa 6 milioni e 400mila le donne italiane tra i 16 e i 75 anni che dichiarano di avere subìto almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita: il 31,9% della popolazione femminile. Il 18,8% riferisce violenze fisiche, mentre il 23,4% ha subìto violenze sessuali. Tra queste, gli stupri o tentati stupri riguardano il 5,7% delle donne.
La violenza emerge soprattutto fuori dalla coppia, ma resta fortemente presente anche nelle relazioni affettive. Il 26,5% delle donne dichiara aggressioni da parte di parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. Tra le donne che hanno o avevano un partner, il 12,6% ha subìto violenza fisica o sessuale all’interno della relazione. Sono soprattutto gli ex partner a risultare responsabili delle forme più gravi: il 18,9% delle donne con un ex riferisce episodi di violenza fisica o sessuale.
I dati mostrano inoltre livelli differenti di gravità. Le forme più diffuse comprendono minacce, spinte, schiaffi, strattonamenti e molestie sessuali con contatto fisico indesiderato, che riguardano il 19,2% delle donne. Ma emergono anche le forme più estreme: tentativi di strangolamento, minacce con armi, rapporti sessuali forzati, stupri e tentati stupri.
Nel dettaglio, circa 705mila donne italiane dichiarano di avere subìto uno stupro o un tentato stupro da uomini esterni alla coppia. Mentre sono quasi 39mula quelle che riferiscono di episodi di stupro o tentato stupro da parte del partner attuale.

La violenza oltre il corpo: controllo, paura e dipendenza
Alla violenza fisica e sessuale si aggiungono le forme psicologiche ed economiche. Secondo l’Istat, il 17,9% delle donne che hanno avuto una relazione riferisce violenza psicologica da parte del partner o dell’ex partner. Il 6,6% dichiara invece violenza economica, cioè controllo del denaro, limitazione dell’autonomia finanziaria o ostacoli nell’accesso alle risorse.
Gli aspetti di controllo comprendono isolamento sociale, svalorizzazione, intimidazioni, limitazioni nella pianificazione familiare e perfino restrizioni nell’accesso alle cure mediche. Tra le donne vittime di violenza psicologica da parte di un ex partner, il 21% afferma di avere avuto paura di esprimere la propria opinione in sua presenza.
Anche lo stalking resta una componente centrale del fenomeno: il 14,7% delle donne dichiara atti persecutori da parte dell’ex partner, spesso durante o dopo la separazione.
Gli Stati Uniti: milioni di vittime e violenza diffusa nelle relazioni
Anche negli Stati Uniti la violenza sessuale rappresenta un fenomeno strutturale e diffuso. Secondo il National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS) dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), oltre una donna su tre ha subìto nel corso della vita violenza fisica, sessuale o stalking da parte di un partner intimo.
Le stime dei CDC indicano che il 22,5% delle donne americane ha subìto violenza fisica da parte del partner, mentre il 19,7% riferisce violenze sessuali all’interno della relazione. L’8,6% dichiara di avere subìto uno stupro da parte di un partner intimo.
Considerando tutte le forme di violenza sessuale, quasi una donna su cinque negli Stati Uniti riferisce di avere subìto uno stupro nel corso della vita. A queste si aggiunge un ulteriore 43,9% che dichiara molestie sessuali, coercizione o contatti indesiderati.
Anche negli Stati Uniti, come emerge dai dati italiani dell’Istat, la maggior parte delle aggressioni non avviene da parte di sconosciuti. Partner, ex partner, conoscenti e persone vicine alla vittima rappresentano una quota significativa degli aggressori.
Lo stalking costituisce inoltre una delle forme di violenza più diffuse: il 15,2% delle donne americane riferisce episodi persecutori nel corso della vita, mentre il 12,2% indica come responsabile un partner o ex partner.
I dati dei CDC mostrano inoltre un elemento ricorrente: molte donne subiscono le prime forme di violenza in età molto giovane, spesso prima dei 25 anni. Una quota consistente delle vittime riporti la prima aggressione sessuale già durante l’adolescenza o nei primi anni dell’età adulta.
Le teorie sullo stupro: potere, aggressività o costruzione sociale?
Le spiegazioni del fenomeno sono molteplici e spesso divergenti. Alcuni studiosi hanno interpretato lo stupro come espressione patologica individuale, altri come dinamica di dominio e controllo, altri ancora come prodotto di modelli culturali e sociali.
Secondo il filosofo Philip Vickers e l’accademico John Kitcher, il punto centrale non sarebbe il desiderio sessuale ma la coercizione: la differenza tra chi accetta un rifiuto e chi usa la forza risiederebbe nella disposizione alla sopraffazione.
Anche il medico Alberto Orlandini sostiene che il motore dello stupro sia soprattutto il bisogno di dominio. In questa prospettiva, la vittima viene de-umanizzata e trasformata in un oggetto su cui scaricare aggressività e frustrazione.

Altri modelli, come quello evoluzionistico proposto da David Buss, interpretano alcuni comportamenti maschili come strategie riproduttive sviluppate nel tempo. Ma queste teorie sono state fortemente criticate da numerosi studiosi, che contestano il rischio di attribuire basi biologiche a comportamenti violenti.
In base al modello della socializzazione, invece, la violenza nasce anche da schemi culturali e stereotipi di genere. Gli uomini vengono spesso educati a interpretare l’iniziativa sessuale come una forma di affermazione, mentre molte aggressioni deriverebbero da una distorsione della percezione del consenso.
La psicologa Antonia Abbey ha mostrato come uomini e donne interpretino in modo differente segnali sociali ambigui, soprattutto in contesti relazionali o sessuali.
I dati nascosti: la violenza non denunciata
Uno degli elementi più rilevanti emersi dagli studi internazionali riguarda il numero sommerso delle aggressioni. La ricercatrice Mary P. Koss, in una ricerca condotta su quasi tremila studenti universitari statunitensi, individuò centinaia di episodi di stupro, tentato stupro e coercizione sessuale che non erano mai stati denunciati.
Molti aggressori, secondo lo studio, non si percepiscono come “stupratori” e tendono a giustificare il proprio comportamento. Tra gli studenti che avevano ammesso uno stupro, solo una minima parte era stata denunciata alle autorità.
Il fenomeno riguarda soprattutto le violenze commesse da persone conosciute. In questi casi le vittime tendono più frequentemente a colpevolizzarsi e spesso non definiscono immediatamente l’esperienza come stupro, pur riportando conseguenze psicologiche simili a quelle delle aggressioni da sconosciuti.
Gli effetti psicologici: trauma, isolamento e PTSD
Le conseguenze dello stupro possono protrarsi per anni. Ansia, depressione, isolamento sociale, disturbi somatici e disturbo da stress post-traumatico sono tra gli effetti più comuni.
La criminologa Ann Wolbert Burgess e la sociologa Lynda Holstrom descrissero negli anni Settanta la cosiddetta “rape trauma syndrome”, una sindrome traumatica che si sviluppa in due fasi: una fase acuta, caratterizzata da shock, paura e perdita di controllo, e una successiva fase di riorganizzazione segnata da vulnerabilità, insonnia, depressione e difficoltà relazionali.
Le ricerche mostrano che circa un terzo delle vittime sviluppa un disturbo da stress post-traumatico e che i pensieri suicidari risultano molto più frequenti rispetto alla popolazione generale.
In molti casi, il trauma viene aggravato dalla risposta sociale: mancata credibilità, colpevolizzazione della vittima e isolamento tendono ad amplificare gli effetti psicologici della violenza.
Italia e Stati Uniti: due modelli giuridici a confronto
Sul piano normativo, Italia e Stati Uniti seguono approcci differenti. In Italia il reato di violenza sessuale è disciplinato dall’articolo 609-bis del Codice penale e punito con pene da 6 a 12 anni di reclusione, aumentabili in presenza di aggravanti.
Il sistema italiano resta centrato sul concetto di coercizione, anche se il tema del consenso ha assunto negli ultimi tempi rilevanza crescente nella giurisprudenza e nel dibattito politico.
Negli Stati Uniti, invece, la disciplina varia da Stato a Stato. Molte legislazioni americane stanno progressivamente adottando un modello basato sul consenso esplicito, nel quale il punto centrale del reato non è soltanto la presenza di violenza fisica, ma l’assenza di un consenso libero e volontario.
Le pene possono arrivare fino all’ergastolo nei casi più gravi, soprattutto in presenza di minori, uso di armi o recidiva.
Una violenza trasversale e ancora sommersa
I dati italiani e statunitensi mostrano un elemento comune: la violenza sessuale estrema raramente è un episodio isolato. Spesso si sviluppa all’interno di relazioni contraddistinte da controllo psicologico, coercizione, dipendenza economica e paura.
La maggior parte delle aggressioni avviene in contesti familiari o relazionali e non per mano di sconosciuti. Ed è proprio questa dimensione privata e sommersa che rende il fenomeno più difficile da riconoscere, denunciare e misurare.






