
Isole Marchesi, il nostro viaggio nell’ultima frontiera del Pacifico
18 Ottobre 2026
Tra le spire silenziose del fiume Mekong, dove la nebbia del mattino avvolge le alture calcaree e la giungla fitto-smeraldina inghiotte i contorni della provincia di Vientiane, giace una terra il cui suolo conserva la memoria geologica del dolore. Il Laos, incastrato nel cuore dell’Indocina, è il Paese geograficamente cerniera e privo di sbocchi sul mare dell’Asia sud-orientale, ma è anche il Paese più bombardato della storia in rapporto alla sua popolazione. Tra il 1964 e il 1973, nell’ombra della guerra del Vietnam, i bombardieri statunitensi vi sganciarono oltre due milioni di tonnellate di ordigni, l’equivalente di un carico di bombe ogni otto minuti per nove anni di fila, trasformando questo piccolo regno buddhista in un teatro di polvere, cluster bomb e distruzione. Per decenni, l’isolamento geografico e i milioni di ordigni inesplosi che ancora oggi infestano i campi da riso hanno scandito la condizione di svantaggio strutturale di una nazione racchiusa tra cinque vicini ingombranti: Cina, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Myanmar.
La nuova base di Ban Keun sotto l’influenza cinese
Oggi, tuttavia, le cicatrici della “Guerra Segreta” incontrano un nuovo paradigma geopolitico. Nei pressi di Ban Keun, una mossa a lungo preparata sotto la cenere dell’influenza economica ha trafitto il silenzio della giungla. Dove un tempo operavano le forze clandestine americane e i velivoli della CIA, le forze armate cinesi e laotiane hanno inaugurato un nuovo Centro Congiunto di Supporto e Addestramento. Un’infrastruttura aerea rinnovata e dotata di piste di rullaggio, hangar e sistemi di supporto tattico svetta oggi nello stesso perimetro storicamente legato alla presenza di Washington. L’evento di Ban Keun non è soltanto un episodio di cooperazione bilaterale, ma uno snodo altamente simbolico e denso di significato strategico: segna il punto in cui la penetrazione infrastrutturale e finanziaria di Pechino muta di stato aggregato, trasformandosi in proiezione militare diretta nel cuore del continente asiatico.
Per comprendere la portata dell’insediamento di Ban Keun occorre leggere la trama profonda delle dipendenze economiche che avvolgono Vientiane. Negli ultimi quindici anni, il Laos ha tentato di rompere il proprio isolamento geografico convertendosi da Paese senza sbocco sul mare a Paese connesso per via terrestre attraverso l’integrazione con l’Impero al suo nord. L’emblema di questa metamorfosi è la ferrovia ad alta velocità Boten-Vientiane, un’opera faraonica da quasi 6 miliardi di dollari integrata nella Belt and Road Initiative. Tuttavia, il prezzo dell’infrastruttura si è rivelato schiacciante per un’economia fragile.
Oggi Pechino detiene circa un terzo del debito pubblico totale del Laos, collocando Vientiane al vertice delle nazioni asiatiche a più alto rischio di sofferenza finanziaria nei confronti della Cina. La gestione della rete elettrica nazionale laotiana è già passata di fatto sotto il controllo di società statali cinesi a seguito di accordi di ristrutturazione del debito, configurando quella che molti analisti definiscono come l’applicazione più nitida della leva del debito alla sovranità nazionale.

Parallelamente a questa stretta economica, si osserva il ridimensionamento dello storico partenariato militare tra Laos e Russia. Fin dai tempi della Guerra Fredda, Mosca rappresentava il pilastro di sicurezza dell’esercito laotiano, garantendo armamenti, addestramento per gli ufficiali e forniture aeronautiche. Tuttavia, l’assorbimento delle risorse russe nel conflitto in Ucraina e il progressivo isolamento tecnologico e logistico della Difesa moscovita hanno accelerato l’inutilizzabilità di questo storico ombrello. Pechino ha colmato questo vuoto con tempestività spietata: dove i consiglieri russi non arrivano più e i ricambi militari scarseggiano, l’Esercito Popolare di Liberazione offre modernizzazione, jet da addestramento ed elicotteri di ultima generazione, accompagnati da pacchetti di ristrutturazione del credito finanziario.
Il passaggio di consegne a Ban Keun è la concretizzazione di questo riallineamento geoeconomico e militare. Dal punto di vista dell’architettura di difesa della Cina, la struttura di Ban Keun assume una duplice valenza, tattica e strategica. Sul piano tattico, Ban Keun dimostra la capacità del modello cinese di convertire l’egemonia infrastrutturale in una presenza militare permanente o ad accesso prioritario. Non serve una conquista formale: la Repubblica Popolare sfrutta basi logistiche, stazioni ferroviarie e piste di atterraggio costruite con fondi e maestranze cinesi per installarvi reparti di supporto, sistemi di sorveglianza radar e strutture di intelligence. Le immagini satellitari e le analisi tattiche confermano che la pista di Ban Keun è in grado di ospitare velivoli da addestramento leggero e attacco al suolo, fornendo una piattaforma d’avanguardia per esercitazioni congiunte, pattugliamento dei confini meridionali e operazioni di ricognizione aerea lungo il bacino del Mekong.
Ban Keun è la terza installazione militare all’estero della Cina, oltre Gibuti e Ream
In chiave strategica, l’insediamento in un Paese senza sbocco sul mare rompe il dogma secondo cui la proiezione di potenza estera debba essere ad esclusivo appannaggio delle forze navali. Ban Keun rappresenta la terza installazione militare all’estero per Pechino, affiancandosi a Gibuti, nel Corno d’Africa, il primo punto d’appoggio navale logistico aperto nel 2017 per il controllo del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano e Ream, in Cambogia, la base navale affacciata sul Golfo di Thailandia che garantisce all’egemone asiatico uno sbocco diretto sul Mar Cinese Meridionale. Inserendosi tra la Cambogia a sud e la provincia dello Yunnan a nord, il Laos diventa per la Cina un corridoio logistico e militare protetto. In caso di escalation nel Mar Cinese Meridionale o lungo lo Stretto di Malacca, la Cina si assicura così una profondità strategica nell’entroterra continentale indocinese, al riparo dalle forze navali avversarie, aggirando i potenziali blocchi marittimi.
Ecco come cambia il rapporto Laos-Vietnam
L’inaugurazione della struttura di Ban Keun traccia una linea netta nella storia recente dell’Asia sud-orientale. Per anni la narrazione dominante sulla Belt and Road Initiative si è concentrata sulle dinamiche dello sviluppo economico, delle infrastrutture civili e dell’integrazione dei mercati. Il caso laotiano dimostra come quella rete di binari, ponti, dighe idroelettriche e parchi industriali costituisca in realtà l’impalcatura di un nuovo ordine di sicurezza. I Paesi dell’ASEAN (l’Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale) osservano con profonda inquietudine questo mutamento di pelle della presenza cinese. Il Laos, storicamente legato al Vietnam da trattati di amicizia e di difesa, scivola inesorabilmente fuori dall’orbita di Hanoi, spaccando il fronte dell’Indocina continentale. L’asse Pechino-Vientiane-Phnom Penh crea un cuneo geopolitico che isola il Vietnam e condiziona le scelte della Thailandia, riconfigurando la geografia politica dell’Indo-Pacifico.
La favola del Paese landlocked destinato alla marginalità si chiude definitivamente. Dalla trappola del debito fino ai piazzali di rullaggio di Ban Keun, la Cina ha dimostrato di saper trasformare la fragilità altrui nella propria forza proiettiva. Lì dove un tempo risuonavano i motori dei velivoli segreti americani in una guerra fantasma, oggi si alza l’ombra dell’Esercito Popolare di Liberazione: il segno che le linee di comunicazione del commercio globale stanno diventando, punto dopo punto, le nuove frontiere militari del XXI secolo.






