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26 Settembre 2026
Parigi, 12 Settembre 2026
I sostenitori della Resistenza iraniana (CNRI) si sono riuniti a Parigi per commemorare la rivolta nazionale del 2022, condannare le esecuzioni e la repressione in Iran e ribadire il loro rifiuto sia della precedente dittatura monarchica sia dell’attuale regime teocratico, esprimendo il loro sostegno al Piano in 10 punti di Maryam Rajavi e alla prospettiva di una repubblica democratica in Iran.
Sono già nei pressi di Place du Trocadéro quando le note de Le Chant des Partisans mi raggiungono. La musica avvolge la piazza. È la voce della Resistenza francese, quella che attraversa il tempo e torna a risuonare qui, a Parigi, in una giornata di protesta e memoria. E sull’avanzare di quelle note che accompagnano i miei passi compaiono i volti. Impresse su dei cartelloni, le fotografie di ragazze e ragazzi, alcuni appena adolescenti, immortalati con il sorriso e cui vita è stata spezzata dagli agenti del regime criminale iraniano perché chiedevano la libertà per il proprio Paese. Reza Hosseini, Alì Shahsawand, Mahnaz Mehdizadeh Nader, Nasser Razaei, Godnaz Samsani. Sono alcuni dei nomi dei giovani uccisi durante la repressione delle proteste in Iran del 2019. Resto a guardarli mentre la musica prosegue. E sulle immagini dei loro volti giungono le parole della canzone: «Amico, se tu cadi, un amico uscirà dall’ombra al tuo posto. Domani, sangue nero si asciugherà. Sotto il grande sole, lungo le strade. Cantate, compagni,
Nella notte la Libertà ci ascolta!».
Sullo sfondo, sul Palais de Chaillot, bandiere della Resistenza iraniana e dei Mojahedin del Popolo Iraniano, sventolano nel vento. Per un istante, passato e presente sembrano sovrapporsi.
È qui, a Trocadéro, che comincia il mio racconto.
Mi incammino tra le file di ritratti che raffigurano una generazione che non si è arresa alla tirannia e alla dittatura dei mullah. Accanto ai loro volti sono state deposte delle rose rosse.
Quando la vecchia strega sparge i semi della morte sulle pianure della nostra terra e imprigiona i fiori più belli solo perché hanno osato sbocciare nella terra della tirannia, ho visto quei fiori incatenati ritrovarsi in segreto, in luoghi dove solo l’amore e la passione sanno vedere e ascoltare. Li ho visti cantare: vivremo.
Osservando questi volti, mi tornano in mente i versi di questa poesia, che lessi tempo fa. Furono scritti da un prigioniero politico condannato a morte e impiccato nel 1988. Oggi, davanti a questi ritratti, quelle parole sembrano rivivere.

Nel sangue del popolo iraniano scorre, generazione dopo generazione, la ricerca della libertà. La storia cambia, cambiano i volti e cambiano i regimi, ma nelle piazze torna quella stessa aspirazione. Donne e uomini chiedono il rovesciamento del regime teocratico e, nonostante la repressione, continuano a scendere in piazza e a far sentire la propria voce. Una determinazione che si misura anche di fronte alla drammatica escalation delle esecuzioni capitali. Secondo Iran Human Rights Monitor, dall’inizio dell’anno sono state giustiziate almeno 1.069 persone, tra cui prigionieri politici detenuti da tempo e manifestanti arrestati durante le recenti proteste.
Cammino dall’altro lato della piazza e mi trovo davanti a un maxischermo. Ma è ai suoi piedi che il mio sguardo si ferma: sotto lo schermo sono disposti i ritratti di nove prigionieri politici giustiziati quest’anno, accanto al volto di Mojtaba Babakhani. Ricercato per la sua partecipazione alle proteste del gennaio 2026 e, secondo quanto riferito, vissuto in clandestinità per diversi mesi, Babakhani è morto il 9 settembre durante un’operazione condotta dagli agenti di sicurezza. Dalle ricostruzioni diffuse, sarebbe seguito uno scontro. Babakhani piuttosto che essere arrestato avrebbe fatto esplodere una granata, provocando la propria morte e quella di diversi membri delle forze di sicurezza.
Dieci volti, uno accanto all’altro. Nove appartengono a persone giustiziate con l’accusa di appartenenza ai Mojahedin del Popolo Iraniano. Sei di loro — Akbar Daneshvarkar, Mohammad Taghavi Sangdehi, Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Abolhassan Montazer e Vahid Bani-Amerian — sono stati impiccati nell’arco di pochi giorni, tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile. Tra i ritratti compare anche quello di Mehdi Khanaki, 26 anni, laureato in giurisprudenza e membro delle Unità della Resistenza, giustiziato il 22 luglio. Ricercato dalle autorità fin dalle proteste di gennaio, era stato arrestato a Karaj il 10 febbraio 2026. Il suo arresto e le denunce relative a gravi torture subite durante la detenzione erano stati segnalati il 1° marzo 2026 al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran e ad altre organizzazioni internazionali per i diritti umani.

“Siamo noi a spezzare le sbarre delle prigioni per i nostri fratelli” intona la canzone della resistenza francese.
Gradualmente, piazza del Trocadéro si riempie. Arrivano persone di ogni età: bambini, oppositori e oppositrici, sostenitori della Resistenza, membri dei PMOI/MEK e personalità politiche. Ma ci sono anche cittadini francesi, venuti per esprimere la propria solidarietà al popolo iraniano e unirsi alla richiesta di porre fine alle esecuzioni e alla repressione, sostenendo la Resistenza. Mi aggiro tra la folla e ho l’opportunità di parlare con alcuni iraniani dell’opposizione. Ascoltando le loro storie e vissuti, penso a quanto quei racconti siano densi di esperienze, memorie e trascorsi. Storie che, proprio per la loro profondità, sembrano chiedere di essere ascoltate più a lungo, lontano dalla folla, e di avere uno spazio tutto loro, senza essere ridotte, qui, a semplici commenti.
Il vento si alza. Le bandiere della Resistenza e dei Mojahedin del Popolo Iraniano si tendono nell’aria, mentre nella piazza si aggiungono quelle dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran, insieme a quelle con i volti di Maryam Rajavi e dello storico leader Massoud Rajavi e la scritta «No Shah – No Mullah». Uno slogan che racchiude una posizione precisa: il rifiuto dell’attuale regime teocratico, ma anche dell’ipotesi di un ritorno alla monarchia. Sospinte dalle raffiche, le bandiere ondeggiano sopra la folla. In lontananza, la Torre Eiffel emerge dietro questo intreccio di colori.
Le voci della folla lasciano gradualmente spazio a quelle degli oratori: una dopo l’altra, diverse personalità politiche e della società civile prendono la parola, portando sul palco testimonianze e messaggi rivolti a chi è riunito davanti a loro.
Parnian Saramad (CNRI), ha ricordato il 61° anniversario della fondazione dell’Organizzazione, ricorrenza caduta il 5 settembre.
Nel corso del suo intervento, Saramad ha fatto riferimento a quanto accaduto a Karaj, nei pressi di Teheran, dove, in occasione dell’anniversario, alcuni motociclisti hanno issato le bandiere dell’Organizzazione PMOI, definendo il gesto un atto di coraggio in un Paese dove l’esposizione di simboli dell’opposizione può comportare gravissime conseguenze. Ha inoltre richiamato l’elezione del 6 settembre di Mahnaz Meymanat, Segretaria Generale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, presentandola come un segnale di coesione interna e di determinazione e che riaffermerebbe la ferma volontà di proseguire la propria opposizione e rovesciare il fascismo religioso.
A ricordare la determinazione dei PMOI e delle Unità di Resistenza è stato anche Jean-Pierre Brard, presidente del Comitato francese per un Iran libero, ex deputato e sindaco di Montreuil. «Se il popolo iraniano resiste, è grazie a tutte quelle unità di resistenza che operano sul campo e combattono coraggiosamente in tutto il Paese. Coloro che combattono oggi sono ben consapevoli dei rischi. Che stiano distribuendo volantini o bruciando le immagini dei funzionari del regime, sanno di dover affrontare il pericolo di arresto, tortura ed esecuzione. Eppure, proseguono la lotta» ha riferito.
Brar ha poi richiamato la situazione in Iran, soffermandosi in particolare sulle donne e sui giovani detenuti e condannati a morte, che continuano a esortare chi è ancora libero a mantenere viva la lotta contro la dittatura. Ha evidenziato il coraggio di chi, anche di fronte alla minaccia della morte, sceglie di non arretrare, indicando nella resistenza di queste persone una straordinaria lezione di coraggio. Ha infine accostato la lotta del popolo iraniano ai valori della Rivoluzione francese, sottolineando la volontà di diffondere idee di libertà e cambiamento.
Arrivando alle spalle del palco, per chi proviene dalla zona della Tour Eiffel, la folla è la prima cosa che appare. Ma poi lo sguardo viene catturato da una lunga fila di pannelli. Sono i volti e le storie delle vittime della repressione in Iran. Tra le fotografie compaiono quelle di alcuni manifestanti giustiziati durante le recenti proteste nazionali, Amirhossein Hatami e Amir Hossein Safari. Vicino i loro volti, una frase in francese: «Aujourd’hui, nous sommes leur voix». Oggi siamo la loro voce.
A quei volti e a quelle storie fanno eco, le parole di Gilbert Mitterrand, presidente di France Libertés – Fondation Danielle Mitterrand. Dal palco ha ringraziato le persone riunite in piazza e ha richiamato la necessità di condannare le esecuzioni e la repressione in Iran. La pena di morte, ha affermato, non è uno strumento di giustizia, ma viene utilizzata dal regime per instillare terrore e reprimere qualsiasi forma di protesta, prendendo di mira i giovani, gli oppositori e la popolazione. Mitterrand ha ricordato quindi l’escalation delle esecuzioni, citando le oltre 2.000 registrate nel 2025, e sottolineando inoltre la repressione nei confronti dei sostenitori del PMOI/MEK.
Ha poi aggiunto: «Solo tre mesi fa, il 20 giugno, un raduno internazionale a Parigi convocato per protestare contro la repressione e le esecuzioni in Iran è stato vietato dalle autorità francesi all’ultimo momento, in circostanze altamente discutibili. Oggi siamo qui, in piazza del Trocadéro, per proseguire e rafforzare quella stessa mobilitazione, nel ricordo e nel rispetto di tutte le vittime. Lo facciamo per rendere omaggio a una generazione altruista e a tutte quelle donne, quegli uomini e quei giovani che hanno sacrificato e continuano a sacrificare la propria vita per un Iran libero e democratico. Rompere il silenzio significa anche chiedere che le violazioni dei diritti umani commesse dal regime vengano portate all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Un altro pannello porta il volto di Saeed Masouri, uno dei prigionieri politici iraniani detenuti da più tempo, privato della libertà da oltre vent’anni. Poi la memoria torna ancora più indietro, fino al massacro del 1988. «De 1988 à aujourd’hui, le massacre continue». E poco oltre, un altro cartellone «Les sacs noirs, symbole d’un crime» — richiama le migliaia di vittime delle manifestazioni di gennaio. Camminando lungo quei pannelli, la protesta prende lentamente i volti di chi non è più qui.
Ed è proprio il massacro del 1988 che ha ricordato dal palco Asghar Adibi – Campione nazionale di calcio dell’Iran, membro del CNRI. Adibi ha invitato a considerare la vicenda da un’altra prospettiva, chiedendosi se il crimine commesso nel 2022 fosse l’unico del regime. Ricorda inoltre le violenze e le uccisioni avvenute negli anni precedenti, a partire dal 1988 e si domanda perché la comunità internazionale sia rimasta in silenzio di fronte a tali fatti, così come davanti alla sorte di migliaia di prigionieri politici e delle numerose vittime che hanno sacrificato la propria vita per la libertà dell’Iran. L’ex campione ha sostenuto che le azioni del regime non siano mai riuscite a mettere a tacere il popolo iraniano e, in particolare, la sua resistenza organizzata. Ha affermato inoltre che, per la prima volta nella storia della lotta, è emersa una forza determinata a combattere affinché gli iraniani possano scegliere liberamente il proprio futuro, concludendo con un appello alla libertà e alla nascita di una Repubblica democratica dell’Iran.
Anche l’intervento di Zeinat Mirhashemi, capodirettrice della rivista Nabard-e Khalq (La lotta del popolo) e membro del Comitato Centrale dell’Organizzazione dei Guerriglieri Fedayin del Popolo Iraniano, è stato caratterizzato da numerosi riferimenti storici. Nel suo discorso, Mirhashemi ha ripercorso alcune delle principali tappe della resistenza iraniana, ponendo l’accento sulla continuità della repressione e interrogandosi su quali eventi debbano essere preservati nella memoria e ricordati nel calendario del movimento antidittatoriale.
Ha ricordato la rivolta seguita alla morte di Jina Mahsa Amini e il ruolo centrale svolto dalle donne nel movimento di protesta, sostenendo che questa mobilitazione, così come quelle precedenti, avrebbe prodotto risultati significativi, ormai visibili sia in Iran sia a livello internazionale. Tra gli episodi storici richiamati vi sono stati l’insurrezione di Siahkal del 1971 e la strage sulle colline di Evin del 19 aprile 1975, quando nove prigionieri politici — sette membri dei Fedayin e due del MEK — furono uccisi dagli agenti della SAVAK. Ha inoltre fatto riferimento al massacro dei prigionieri politici del 1988, avvenuto sotto l’attuale regime teocratico. Questi accenni storici sono stati inseriti in una riflessione più ampia sulla continuità della repressione e delle proteste contro le diverse forme di dittatura succedutesi in Iran. In conclusione, Mirhashemi ha ribadito la necessità di proseguire la mobilitazione contro il regime clericale, richiamando l’importanza della coesione e della determinazione.
“Io sono l’onda che porta il cambiamento. Io sono la stagione che spezza le mie catene.” intonano alcune strofe di حاضر (Hāzer-Pronto) un canto politico e rivoluzionario dei PMOI/MEK che viene cantato tra un intervento e un altro. Le parole esprimono il rifiuto della resa e un appello al rovesciamento dell’attuale regime iraniano. Alle sue note si alternano quelle di «Ey Iran», un canto patriottico.
La musica fa da sfondo agli slogan che attraversano la manifestazione: parole che condannano tanto il ritorno alla monarchia quanto il regime teocratico e che, allo stesso tempo, esprimono sostegno a Maryam Rajavi e a un Iran libero e democratico.
Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, tramite un video diffuso dal maxi-schermo, ha fornito un resoconto dettagliato della situazione esplosiva della società iraniana e delle prospettive di rovesciamento del regime. Rendendo omaggio alle vittime della rivolta, tra cui Jina Mahsa Amini, e ai martiri Hadits, Sarina, Mehrshad, Khodanour e del dottor Ebrahim Rigui, e ricordando eventi come il Venerdì di Sangue di Zahedan, ha sottolineato che il legame tra i sacrifici dei giovani e l’organizzazione della società è inscindibile. Analizzando le caratteristiche salienti della rivolta del 2022, Maryam Rajavi si è concentrata in particolare sulla consolidazione del ruolo della leadership femminile e sulla storica demarcazione della tirannia passata e presente, affermando: «La rivolta del 2022 ha diffuso lo slogan “Morte all’oppressore, che sia lo Scià o la Guida Suprema“»”, e ha rivelato il ruolo decisivo delle donne, per il quale decenni di sacrificio e dedizione del PMOI e delle donne militanti hanno aperto la strada». […] «Otto mesi dopo la rivolta di gennaio 2026, oggi si può affermare con certezza che tutte le misure e tutti gli espedienti del regime per uscire dalla situazione di rovesciamento sono falliti. Ora i resti del regime vivono giorno e notte nell’incubo del rovesciamento. Le proteste delle persone oppresse, saccheggiate e non pagate crescono sempre di più. Le città iraniane sono in fermento. La politica degli aumenti dei prezzi, l’impoverimento della popolazione e le pressioni provocate dai fallimenti del regime hanno alimentato un malcontento esplosivo. I resti del regime sono così spaventati da aver gradualmente aumentato il prezzo della benzina. Ma, qualunque trucco escogitino, finirà per ritorcersi contro di loro». […] La rivolta che si diffonde attraverso le lunghe file, la rabbia accumulata in tanta povertà e fame e il fuoco che si leva dai corpi e dalle anime dei lavoratori che si danno fuoco non hanno lasciato vie d’uscita al figlio di Khamenei. Per questo ha fatto ricorso a esecuzioni brutali: l’esecuzione di decine di prigionieri politici, tra cui un gran numero di membri del MEK, negli ultimi mesi; le condanne a morte di numerosi prigionieri politici e partecipanti alle insurrezioni; e le pressioni disumane esercitate sui prigionieri della rivolta». Verso la conclusione Rajavi ha sostenuto che i sostenitori della monarchia dello Scià abbiano ostacolato le rivolte iraniane, favorendo indirettamente il regime. Richiama quindi l’idea che un ritorno al passato autoritario sia un’illusione e contrappone alla prospettiva della guerra e della dittatura quella della pace e della libertà, indicate come aspirazioni del popolo iraniano e del CNRI.
È alle donne che si rivolgono la maggior parte degli interventi. Vengono ricordate come protagoniste, leader e artefici del cambiamento, non come vittime silenziose della repressione.
Lo slogan «Donna, Resistenza, Libertà» racchiude un messaggio preciso: le donne sono in prima linea in questo cambiamento storico. «La libertà può essere raggiunta solo attraverso la resistenza, e nessuna società può essere democratica e libera senza la piena e incondizionata realizzazione dei diritti delle donne», ha dichiarato dal palco Sara Nouri, avvocata. «Dal 1979, la misoginia in Iran ha assunto una dimensione strutturale. Tuttavia, in tutti questi 44 anni, le donne iraniane non hanno mai smesso di lottare: per le strade, nelle università o negli angoli delle prigioni. Oggi, le donne in Iran si battono contro la discriminazione strutturale e le leggi che minacciano la loro dignità umana», ha detto Nouri.
In questa piazza non c’è spazio per la resa: ci sono la forza di chi resiste, il coraggio di chi continua a opporsi e il sostegno a un popolo che si è sollevato. Unita e solidale, questa manifestazione esprime la propria vicinanza al popolo iraniano e alla sua lotta per la libertà.
«Il nostro messaggio al regime e ai suoi sostenitori è chiaro: non si possono incatenare la libertà e la speranza di una grande nazione. Il popolo iraniano non si è mai arreso e non abbasserà la bandiera della lotta finché tutte le strutture della repressione non saranno rovesciate e non sarà raggiunta una società libera ed eguale” ha dichiarato dal palco Mahin Afshar, un’altra oratrice. Ha inoltre ribadito la volontà di continuare la lotta contro la dittatura in Iran, al fianco dI Mahnaz Meymanat, dichiarandosi pronti e pronte ad affrontare la battaglia in corso.
“La mia patria è mia madre, il mio Iran, la mia anima e il mio cuore. Per Dio, mia madre è la mia vita, la mia anima e il mio cuore. Potranno mai i piedi dei tiranni restare saldi, mentre noi siamo sulle forche? Portiamo sulle labbra il grido: «Mai più umiliazione!» Siamo imprigionati per amore di tutto il popolo della nostra patria; siamo un’onda di lacrime, eppure sorridiamo attraverso il nostro pianto. Gioite, cari figli della patria, perché noi siamo qui”. Sono alcuni versi della poesia composta nel carcere di Lakanda Amin (Peyman) Farahavar, un prigioniero politico a rischio di esecuzione.
Dopo l’uccisione dei propri cari, i familiari si stringono attorno alla loro memoria, custodendone il ricordo come una presenza che continua a vivere nel tempo. Sono giovani impiccati all’improvviso, spesso in segreto, per aver partecipato a una manifestazione. I loro volti compaiono su un grande striscione, mentre alle loro spalle altre persone formano con i propri corpi la scritta: «Stop Executions». Un dolore ancora più straziante quando le salme non vengono restituite ai propri cari e i familiari non sanno dove si trovino i corpi, e nonostante il silenzio e la violenza delle autorità del regime continuano a chiedere “Dove sono i corpi?”.

«Oggi vogliamo essere la voce delle persone le cui vite sono in pericolo, dei parenti che aspettano i loro cari, e gridiamo insieme alle famiglie che cercano giustizia in Iran, che le esecuzioni devono cessare. Diciamo No alla pena di morte perché non vogliamo che il futuro dell’Iran sia segnato dalla morte e dal cappio. Vogliamo che il futuro dell’Iran sia quello della vita, della libertà e della dignità umana». Ha detto in una parte del suo intervento Mojgan Jolaei, un’altra oratrice.
In questa manifestazione, ogni vita spezzata mentre reclamava libertà torna a vivere nella memoria collettiva. Ogni nome, ogni volto, ogni storia trova posto in questa piazza, che si fa luogo della memoria e abbraccia idealmente un intero popolo. Accanto al palco, un pannello porta un titolo che racchiude tutta la forza di questo ricordo: “Le Roses de la Révolution”. Sono i volti e le storie dei bambini e degli adolescenti uccisi dal regime teocratico, giovani vite recise prima ancora di poter conoscere pienamente la libertà.
Soltanto durante il massacro di gennaio, secondo i dati raccolti da Iran Human Rights Monitor fino al 4 febbraio, dalle forze di sicurezza del regime sono stati uccisi almeno 153 bambini. E la violenza non si è fermata: continuano anche le esecuzioni di persone condannate per presunti reati commessi quando erano ancora minorenni. In quella piazza, quei bambini non sono solo nomi su un pannello: sono vite, rose, che continuano a vivere nel ricordo e a raccontare ciò che è accaduto.
E a ricordare i bambini nel suo discorso è stato anche Najib Benarafa, consigliere dipartimentale degli Hauts-de-Seine. «Qualsiasi regime che ordini la fucilazione dei propri figli è destinato a portare per sempre il peso della condanna. L’obiettivo dell’IRGC è soltanto quello di preservare se stesso e mantenere il potere a ogni costo, anche quando questo significa distruggere il proprio Paese e seminare il terrore per reprimere i cittadini. Ma l’unica via per spezzare questo ciclo di paura è non avere paura. È proprio questo che uomini e donne iraniani hanno mostrato ai mullah. Hanno pagato un prezzo altissimo, sacrificando la propria vita e offrendo il loro coraggio a un ideale che riguarda tutta l’umanità. Non dobbiamo mai dimenticarli. Il loro coraggio si è dimostrato più forte degli arresti, delle torture e degli assassinii».

Al termine degli interventi, la folla comincia lentamente a muoversi. Il palco resta alle spalle e la piazza si trasforma in un lungo corteo. Intorno, le bandiere della Resistenza e del PMOI/MEK si sollevano nel vento, insieme a quelle dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran e a quelle con i volti di Maryam e Massoud Rajavi. Il vento le tende, le fa ondeggiare, le accavalla una sull’altra. Per un momento sembra che tutta la piazza si muova insieme: i volti, le bandiere, le persone.
Poi tornano le voci. Si intonano ancora gli inni della giornata e, tra una strofa e l’altra viene diffuso anche un altro inno politico ed epico «راده کرده ام که سر نگون کنم ترا – Ho deciso di rovesciarti». Le parole si propagano lungo il corteo, passano di fila in fila, mescolandosi agli slogan. La Torre Eiffel appare oltre le bandiere, poi scompare di nuovo dietro il movimento della folla. La luce comincia a cambiare, il sole ad abbassarsi e il corteo si allunga lungo le strade parigine, accompagnato ancora dalla musica. La piazza lentamente si svuota, ma le voci continuano a seguirne il cammino. Restano nell’aria le ultime note, il movimento delle bandiere e i 10 ritratti dei prigionieri uccisi che, continuano ad avanzare davanti a tutti.
È così che la manifestazione lascia il Trocadéro: con una processione di volti, voci e bandiere, mentre la memoria di chi non c’è più continua a camminare insieme a chi è ancora qui.
Le fotografie sono state scattate da Silvia Cegalin






