
Bielorussia. Il balancing di Lukashenko
18 Giugno 2026
© Unione europea, 2026.
La gamba del compasso che ha la punta su Bruxelles si sta allargando sui quadranti della mappa, sotto la spinta di una necessità che non è più soltanto economica, ma strettamente esistenziale. Per anni il dossier dell’allargamento dell’Unione Europea è rimasto confinato nei corridoi, congelato in un limbo burocratico fatto di capitoli negoziali e riforme strutturali faticose.
Oggi, la storia ha bruscamente accelerato.
Un’Europa a 40 Stati?
La provocazione, che assume i contorni di un auspicio strategico, lanciata dal premier finlandese Alexander Stubb di un’Unione Europea a 40 Stati non è più una fantasia da think tank, ma la presa d’atto di una nuova grammatica del potere globale.
In un mondo frammentato, la dimensione e la scala geografica diventano vettori di sovranità: o l’Europa si estende per stabilizzare i propri confini, o i suoi confini verranno destabilizzati da attori esterni. L’allargamento si è trasformato da processo burocratico a imperativo geopolitico, ridefinendo i rapporti di forza con Russia, Cina e alleati, costringendo le istituzioni comunitarie a ripensare la propria architettura interna.
La lista dei Paesi che guardano a Bruxelles è eterogenea, divisa tra storici rallentamenti, accelerazioni drammatiche, ritorni a sorpresa e suggestioni ai limiti del paradosso.
Il Montenegro occupa la posizione più avanzata. Con tutti i 33 capitoli negoziali aperti e quasi la metà già provvisoriamente chiusi, Podgorica è il candidato più vicino al traguardo. L’assenza di grandi contenziosi bilaterali e le riforme nello stato di diritto ne fanno il naturale prossimo membro.
Islanda nell’Unione Europea?
Ma la vera sorpresa che sta stravolgendo le cronologie di Bruxelles arriva dal Nord Atlantico: l’Islanda. Dopo aver congelato i negoziati nel 2013 e aver vissuto una lunga fase di distacco, il governo di Reykjavík ha impresso una sterzata improvvisa approvando un referendum cruciale fissato per il prossimo 29 agosto. La consultazione non deciderà l’adesione immediata, ma l’opportunità di risedersi ai tavoli negoziali.
Se i sondaggi dovessero confermare il vantaggio del “Sì”, l’Islanda scalzerebbe l’intera fila. Il Paese fa già parte dello Spazio Economico Europeo e di Schengen, applicando di fatto i due terzi dell’intero corpo legislativo europeo. Prima dello stop del 2013 aveva già sviscerato e archiviato positivamente 11 capitoli. Una vittoria ad agosto significherebbe una riapertura dei negoziati entro fine anno e un potenziale ingresso-lampo a blocchi completati, al netto dello storico compromesso da trovare sulla Politica Comune della Pesca, da sempre linea rossa per la sovranità economica islandese.
Subito dietro accelera l’Albania, che beneficia di una forte volontà politica interna e di un allineamento totale alla politica estera della NATO e dell’UE, staccandosi dalle paludi in cui storicamente versano i vicini regionali.
La complessità si concentra nel cuore dei Balcani Occidentali.
La Serbia vive una profonda contraddizione: formalmente in negoziato, è frenata dall’ambiguità geopolitica nei confronti di Mosca e dal mancato riconoscimento del Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta nemmeno da cinque Stati membri dell’UE, bloccando di fatto Pristina in uno status di candidato potenziale privo di reali sbocchi immediati. La Bosnia-Erzegovina resta paralizzata dalle fragilità istituzionali e dalle spinte centrifughe della Repubblica Srpska, mentre la Macedonia del Nord, dopo aver persino cambiato nome per superare il veto greco, si trova costantemente ostacolata da dispute identitarie e storiche con la Bulgaria.
C’è poi il capitolo Turchia: candidata dal 1999, vive un negoziato sostanzialmente morto, congelato dal progressivo scivolamento autoritario di Ankara e da una divergenza strategica ormai strutturale, nonostante la centralità del Paese nella gestione dei flussi migratori e della sicurezza energetica.
La vera fiammata che ha rianimato l’intero processo di allargamento proviene però dal fronte orientale. L’aggressione russa ha cancellato i vecchi scetticismi. Ucraina e Moldova hanno compiuto passi da gigante, arrivando all’apertura formale dei primi cluster negoziali legati ai diritti fondamentali e allo stato di diritto dopo il superamento dei veti politici interni al Consiglio. I progressi legislativi compiuti da Kiev in tempo di guerra per colpire l’oligarchia e riformare la magistratura dimostrano che lo stimolo dell’integrazione europea agisce come una leva di modernizzazione interna senza precedenti. Più arretrata la Georgia, frenata da profonde spaccature politiche interne e da leggi controverse che ne hanno rallentato la convergenza verso gli standard europei, a testimonianza di quanto la strada verso Bruxelles sia esposta alle interferenze di Mosca.
C’è spazio anche per una suggestione teorica, evocata proprio dal dibattito sollevato dal premier Stubb e riguarda il Canada. Definita una provocazione ma densa di significato, l’ipotesi di Ottawa nell’Unione serve a tracciare i confini mentali, prima che geografici, dell’Occidente. Il Canada condivide gli standard democratici, lo stato di diritto e i modelli sociali europei ben più di quanto non faccia con il liberismo statunitense, ed è già legato all’UE dal trattato commerciale CETA. Sebbene l’adesione formale sia esclusa dai trattati (che esigono l’appartenenza geografica al continente europeo), parlarne evidenzia come la nozione di “Europa” si stia trasformando da concetto spaziale a club di valori democratici contrapposti alle autocrazie.
Come si entra nell’Unione Europea?
L’ingresso nell’Unione Europea non concede sconti temporali o politici; si tratta di una complessa operazione di ingegneria istituzionale regolata da criteri rigorosi.
Fissati nel 1993, sono i tre pilastri fondamentali che ogni Stato richiedente deve soddisfare. Il criterio politico prevede istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze. Il criterio economico richiede un’economia di mercato funzionante e la capacità di reggere la pressione competitiva all’interno del mercato unico. L’acquis comunitarioè infine la capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, accettando l’insieme delle leggi e delle decisioni dell’UE. Il percorso si snoda attraverso tappe rigide, scandite dal voto all’unanimità dei Ventisette. La vera novità metodologica è l’introduzione della suddivisione in sei cluster tematici. Non si avanza se non si superano i controlli sui capitoli legati alla giustizia e alla lotta alla corruzione, considerati precondizioni assolute.
La forza gravitazionale che oggi esercita l’Unione Europea trova una spiegazione speculare nel totale dissolvimento dei sentimenti di “Exit” che avevano caratterizzato lo scorso decennio. La stagione della Brexit, dei populismi anti-euro e delle minacce di scissione (dalla Frexit francese alla Nexit olandese) appare oggi come un reperto archeologico della politica pre-pandemica e pre-bellica. L’esperienza del Regno Unito ha dimostrato che l’uscita dal mercato unico non produce una fioritura di sovranità, ma una complessa svalutazione sistemica fatta di barriere doganali, carenza di manodopera, tensioni interne (Scozia e Irlanda del Nord) e isolamento diplomatico. Nessun leader politico dell’area euro rischia più il suicidio economico proponendo una rottura dei legami comunitari. Di fronte a shock globali asimmetrici, le pandemie, le guerre commerciali tra Cina e Stati Uniti, la crisi energetica e l’imperialismo russo, gli Stati nazionali hanno riscoperto che l’isolamento equivale alla vulnerabilità assoluta. I partiti un tempo dichiaratamente euroscettici hanno modificato radicalmente la propria postura: l’obiettivo non è più “distruggere l’UE dall’esterno”, ma “governarla dall’interno”.
L’orizzonte tracciato da Alexander Stubb di un’Unione a quaranta membri risponde alla necessità di dotare lo spazio europeo di una massa critica globale. In questa prospettiva, l’allargamento cessa di essere una politica di vicinato e diventa la principale arma di difesa geopolitica del continente. Inserire l’Ucraina, la Moldova, i Balcani e guardare in prospettiva alla riconnessione con il Regno Unito post-Brexit significa sottrarre queste aree alle zone d’influenza russa e alla penetrazione economica cinese. Significa anche creare un mercato unico immenso, capace di competere nella transizione tecnologica e di difendere le filiere industriali strategiche. Tuttavia, un’Unione a 40 Stati non può funzionare con le regole attuali.
Il nodo fondamentale è la riforma della governance. Il meccanismo del voto all’unanimità in politica estera e finanziaria, già oggi causa di paralisi di fronte ai veti dei singoli governi, diventerebbe insostenibile in un consesso così allargato. La transizione verso il voto a maggioranza qualificata e l’adozione di formule di integrazione graduale o Europa a più velocità, dove i nuovi membri accedono subito al mercato unico o alle politiche di sicurezza prima di ottenere il pieno diritto di voto, sono passaggi obbligati.
L’allargamento non è più un atto di generosità democratica da parte di Bruxelles, ma un calcolo di sopravvivenza. L’Unione del futuro sarà più estesa, frammentata e complessa, ma solo uscendo dalla propria timidezza geografica potrà sperare di sedere al tavolo delle superpotenze globali.






