Omosessualità a destra: storia di un rapporto contraddittorio

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1 Settembre 2026

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Intervista al Prof. Fraquelli, storico e saggista, esperto della Destra e della sua cultura

Marco Fraquelli, storico e saggista, da decenni studia la cultura di destra, le sue correnti e le sue trasformazioni. Tra i suoi lavori figurano opere come ‘Il filosofo proibito’ (dedicato a Julius Evola), ‘A destra di Porto Alegre’, ‘Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre’ e ‘Omosessuali di destra’, ricerca poi ampliata e aggiornata in ‘A destra di Sodoma’. 

Proprio attraverso questo filone di studi, Fraquelli indaga la complessa e spesso contraddittoria relazione tra omosessualità, destra e cultura politica, arrivando ai movimenti sovranisti e populisti contemporanei. 

È da questa prospettiva storica che nasce questa conversazione: per capire se l’attuale attenzione di una parte della destra europea verso il mondo LGBTIAQ+ rappresenti una trasformazione culturale o, piuttosto, una modalità di interpretare e utilizzare politicamente il tema dei diritti.

Nelle sue opere spiega come la presenza di persone omosessuali all’interno della cultura di destra non è una contraddizione semplice da spiegare: una cultura spesso segnata da omofobia e machismo presenta al suo interno figure e vicende molto più ambigue. Con ‘A destra di Sodoma’, ha aggiornato le sue ricerche fino ai movimenti sovranisti contemporanei. Cosa è cambiato davvero nel rapporto tra omosessualità e destra?

Parto da una considerazione semplice, persino banale: l’omosessualità è un dato esclusivamente di natura, indipendente da qualsiasi ideologia, condizione sociale, culturale, economica, di razza, di religione e così via. La destra, tuttavia, considerato il suo naturale, direi “fondativo” bagaglio culturale e valoriale, incentrato sulla virilità e sul patriarcato, ha sempre vissuto con grande imbarazzo la presenza di omosessuali al suo interno. Nella maggioranza dei casi ha prevalso un “silenzio” piuttosto ipocrita (“Don’t ask, don’t tell” si potrebbe dire, per usare l’escamotage usato dall’esercito Usa per consentire agli omosessuali di arruolarsi). In altri casi, specie nell’ambito della destra più radicale, si è invece fatto ricorso a riferimenti storici opportunamente strumentalizzati. Penso alla pederastia “pedagogica” praticata da alcuni filosofi dell’antica Grecia (quella in qualche modo legittimata da Platone nel Simposio), penso soprattutto alla tradizione del cameratismo guerriero dell’antica Grecia, e qui il riferimento più ricorrente è quello al “Battaglione sacro di Tebe”, noto anche come “Battaglione degli amanti”, composto da centocinquanta coppie di erastès-eròmenos, cioè i classici due componenti dell’amore pederastico greco. Questi riferimenti servono a porre un improbabile discrimine, che nel mio libro non esito a definire come vera e propria “supercazzola”, tra un’omosessualità “effeminata” e passiva, che va condannata, e una attiva, virile ed elitaria, che va accettata. È un atteggiamento duro a morire: ancora qualche anno fa, Franco Zeffirelli diceva che “L’omosessuale non è uno che sculetta e si trucca. È la Grecia, è Roma. È una virilità creativa”. Mi sembra di poter dire che questi due atteggiamenti restino sostanzialmente prevalenti, seppure con qualche piccola – e inevitabile – evoluzione, intesa come “apertura”, dettata dalle inarrestabili trasformazioni sociali e quindi necessariamente anche culturali e politiche che ne conseguono.

Lei studia la destra anche nella sua dimensione storica e ideologica. Guardando a questa lunga storia, possiamo dire che l’attuale attenzione delle destre europee verso i diritti LGBTIAQ+ rappresenti una vera discontinuità rispetto alla tradizione della destra radicale, oppure esistono già nel passato gli elementi per comprenderla?

In generale, la destra ha sempre condannato moralmente l’omosessualità e negato qualsiasi attenzione ai diritti del mondo omosessuale. Oggi, come lei sottolinea, si avverte, soprattutto a livello europeo, un atteggiamento più “possibilista”. Ma, al netto dei cambiamenti sociali e culturali che citavo, e che “costringono” qualunque attore politico a un confronto ineludibile con ogni nuova realtà, l’attenzione delle destre europee per i diritti LGBTIAQ+ rappresenta, a mio avviso, più un calcolo che non una discontinuità con il passato. Credo che, in cuor suo, la destra, anche nelle sue componenti meno estreme e conservatrici, farebbe volentieri a meno di derogare alla sua tradizione omofoba, ma non si può far finta di nulla. La realtà evolve. Da un lato, per esempio, cresce inevitabilmente il peso elettorale del mondo LGBTIAQ+ vero e proprio, dall’altro c’è comunque un universo crescente che esprime una convinta sensibilità e una naturale apertura nei confronti delle istanze di questo mondo. Penso, per esempio ai giovani. Far finta che tutto questo non esista significa rischiare di perdere terreno, con risvolti politici penalizzanti. Se si vuole intercettare il consenso più ampio possibile, occorre, magari obtorto collo, rivedere qualche posizione.

Oggi vediamo leader e partiti della destra radicale utilizzare la difesa di alcuni diritti LGBTIAQ+ per contrapporre un’Europa “libera e tollerante” a un presunto mondo esterno più arretrato, soprattutto sul terreno dell’immigrazione e dell’Islam. Alla luce delle sue ricerche, è corretto parlare di “omonazionalismo”? E dove passa il confine tra una legittima difesa dei diritti e il loro utilizzo come strumento di una politica identitaria e nazionalista?

Il termine “omonazionalismo” è stato usato per la prima volta, ormai quasi vent’anni fa, da Jasbir Puar, accademica americana, specializzata negli studi di genere, per descrivere proprio un atteggiamento sempre più diffuso in Europa tra le destre nazionaliste e populiste, ovvero la nuova attenzione dedicata da questi partiti e movimenti al mondo LGBTIAQ+ come “target” ideale per la loro propaganda islamofoba. Per semplificare, la destra propone agli omosessuali una sorta di “scambio”: tu mi voti, e io ti proteggo da quello che è il nemico comune, ovvero l’Islam. Perché l’Islam rappresenta una minaccia tanto verso la civiltà occidentale quanto nei confronti dell’omosessualità. La destra chiede quindi alla comunità LGBTIAQ+ la condivisione delle proprie politiche, per esempio, anti immigrazione. Nel libro ricordo una dichiarazione pubblica di Alice Weidel, leader dell’AfD, il partito tedesco in odore di neonazismo, lesbica dichiarata, unita civilmente con una donna e madre di due figli adottivi, che, alla vigilia delle elezioni del 2017, le prime che hanno visto una significativa avanzata del partito, dichiarò: “Io non sono dell’AfD nonostante sia lesbica. Lo sono perché sono lesbica”, sottolineando proprio il fatto che, di fronte al pericolo islamico, l’AfD, per la Weidel, è l’unico partito che rappresenta la legge, l’ordine e quindi un baluardo per la conservazione della cultura e della civiltà occidentale liberale, di cui tutti i cittadini traggono beneficio, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

C’è una questione che sembra centrale: se la destra può oggi dire “difendiamo i gay” ma contemporaneamente essere molto più ostile verso le persone transgender, verso l’autodeterminazione di genere o verso altre rivendicazioni del movimento LGBTIAQ+, possiamo parlare di una vera normalizzazione dell’omosessualità oppure di una sua accettazione selettiva? In altre parole, la destra sta includendo il mondo LGBTIAQ+ oppure sta scegliendo quale parte di quel mondo può essere compatibile con i propri valori?

L’omonazionalismo sta dando i suoi frutti, se è vero che sempre più esponenti del mondo LGBTIAQ+ – come rivelano ormai molte ricerche e sondaggi – si rendono disponibili a questo “scambio”. Con grandi polemiche interne, perché è chiaro che quella della destra rappresenta una operazione puramente politica: non significa affatto una sorta di normalizzazione, si tratta di un’inclusione estremamente selettiva, funzionale al puro consenso elettorale. Aderire a questa “offerta” significa snaturare la portata libertaria e persino rivoluzionaria che le istanze LGBTIAQ+ rappresentano tradizionalmente, e intimamente. I movimenti lesbici e gay che si sono lasciati, e si lasciano, incantare dalla sirena omonazionalista finiscono con lo sposare in toto la cultura e i valori politici liberali, limitandosi a rivendicare la sola eguaglianza giuridica, trascurando l’ambito sociale, economico e razziale. Per indicare questa evoluzione, o involuzione, un’altra studiosa americana, Lisa Duggan, sempre a inizio secolo, ha utilizzato il termine “omonormatività”, per denunciare come all’interno dei movimenti lesbici e gay riformisti stia prevalendo un’interpretazione “privatistica” della sessualità che rivela una scarsa sensibilità, se non una vera e propria mancanza di interesse, per le problematiche e le istanze LGBTIAQ+, come l’autodeterminazione del genere, la transessualità, l’omogenitorialità e così via. Non a caso, nel 2012, Didier Lestrade, intellettuale e militante per i diritti gay, ha scritto un pamphlet molto duro, e discusso, su questi temi, Pourquoi les gays sont passes à droite. La tesi centrale del saggio, in estrema sintesi, è che la comunità gay (in questo caso francese, ma potremmo estenderne i confini), spostandosi sempre più a destra, ha finito sì con l’integrarsi nella società, ma lo ha fatto divenendo, di fatto, una minoranza privilegiata rispetto ad altre, anzi, una vera e propria élite. Si è anzi integrata a scapito di minoranze ancora più deboli: immigrati, specie arabi e neri, minoranze religiose (islamici), periferie, ecc.; facendo propria quella visione del mondo razzista e xenofoba che caratterizza la mentalità di destra.

Guardando all’Europa di oggi, in particolare all’Italia, pensa che assisteremo alla nascita di una destra capace di rappresentare una parte dell’elettorato LGBTIAQ+, o questa apertura resterà soprattutto uno strumento politico per ridefinire l’identità della destra e il suo rapporto con la sinistra?

Mi sembra difficile,oggi, ipotizzare un reale cambiamento di sensibilità e di atteggiamento da parte della destra, specie in Italia. Almeno nel breve e medio periodo. Nel nostro Paese prevale comunque un atteggiamento di grande prudenza, per usare un eufemismo. Condivisa dagli stessi omosessuali che si riconoscono nel modello politico della destra (una destra che, lo voglio ricordare, ancora nel 2016 ha votato compatta contro la legge Cirinnà che riconosce le unioni civili e prevede il riconoscimento giuridico della coppia formata da persone dello stesso sesso). Gli esempi si sprecano: a inizio degli anni Duemila, per esempio, Enrico Oliari, giovane infermiere bolzanino, omosessuale e militante di destra (espulso anni prima dal Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, e poi riammesso per intervento diretto di Alessandra Mussolini, aderisce oggi a Fratelli d’Italia), creò GayLib, associazione nazionale dei gay liberaldemocratici e di centrodestra, attorno alla quale si riuniva la comunità omosessuale vicina ad Alleanza Nazionale. Massima apertura ai diritti fondamentali, ma nessuna nei confronti di transgender ecc., e, naturalmente, nei confronti dell’omogenitorialità, in nessuna forma. Sembrava un po’ più “evoluta” la recente iniziativa di Francesca Pascale, quella del Movimento Gay Conservatori Liberali, ma anche qui, a parte la curiosa commistione di termini presente nel nome stesso, non sembra che si possa parlare di “rivoluzione”. Prevale comunque un atteggiamento di grande attenzione a non esagerare con i diritti. Liberali sì, ma fino a un certo punto si potrebbe dire, citando il ministro Tajani. La proposta di legge “Libertà”, per esempio, scritta dalla Pascale con altre associazioni d’area e presentata in Parlamento nel giugno scorso, mira sì a contrastare le discriminazioni fondate sul sesso e sull’orientamento sessuale, ma non considera il tema dell’identità di genere (previsto invece dal Decreto Zan, affossato nel 2021), escludendo dal perimetro delle tutele le persone trans, non binarie e gender non-conforming. Vi è poi da considerare un altro punto: quello della montante concorrenza a destra di Futuro Nazionale, strenuamente omofobo. Se il partito di Roberto Vannacci dovesse rivelarsi fondamentale per il successo elettorale della destra, difficile pensare a ulteriori evoluzioni nel campo dell’attenzione ai diritti LGBTIAQ+, anzi. Non è una ipotesi teorica. Basti pensare che, ancora pochi mesi fa, in occasione del “matrimonio” tra due uomini politici di destra, entrambi sindaci in Friuli, Alessandro Basso e Loris Bazzo, rispettivamente di Fratelli d’Italia e della Lega, un esponente di Futuro Nazionale, Rossano Sasso, ha vergato sui social un post durissimo, ricordando come per la destra esista un unico sacro e inviolabile matrimonio, quello tra un uomo e una donna, e chiedendo, di fatto, le dimissioni dei due sindaci dai rispettivi partiti. Se questa è la tendenza, ovvio che, sulla materia, le distanze tra destra e sinistra non potranno che acuirsi.