
L’oro italiano all’estero e il caso Olanda
10 Settembre 2026
Ci sono oggetti che maneggiamo ogni giorno, appesi alle pareti delle aule scolastiche o stampati nei digital media delle nostre tasche, considerati alla stregua di fotografie neutre della realtà. Eppure, ogni volta che apriamo un atlante o osserviamo un planisfero tradizionale, stiamo guardando una colossale finzione geometrica. Immaginate di prendere una buccia d’arancia sferica e di volerla stirare violentemente per ridurla a un foglio di carta rettangolare: inevitabilmente, i bordi si lacereranno o le proporzioni si gonfieranno.
La proiezione di Mercatore e la distorsione ottica
È esattamente ciò che accadde nel 1569 quando il geografo fiammingo Gerardo Mercatore ideò la sua celebre proiezione cilindrica. Pensata esclusivamente per consentire ai navigatori del Cinquecento di tracciare rotte lossodromiche rettilinee, la mappa di Mercatore ha commesso un peccato originale che ci portiamo addosso da cinque secoli: distorcere lo spazio in base alla latitudine. Il risultato di questa distorsione è un cortocircuito ottico e cognitivo straordinario. Oggi, osservando i planisferi tradizionali, la Groenlandia appare visivamente grande quanto l’intera Africa. Nella realtà fisica e misurabile, invece, l’Africa è una terra sconfinata, circa quattordici volte più estesa della grande isola danese: un continente tale da poter contenere al suo interno Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Messico e gran parte dell’Europa messi insieme, avanzando ancora dello spazio. Questo divario tra la percezione visiva e il dato reale non è un dettaglio da geografi pignoli, ma la radice di un profondo pregiudizio geopolitico.
La Risoluzione Onu promossa dell’Unione Africana
È partendo da questa colossale sproporzione che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è arrivata, in una storica sessione a New York, ad approvare una risoluzione promossa dall’Unione Africana e guidata dal Togo. L’obiettivo è incoraggiare governi, scuole, editori e colossi digitali ad abbandonare progressivamente la proiezione di Mercatore per abbracciare alternative rispettose delle reali superfici, come il modello Equal Earth (sviluppato nel 2018) o l’Eckert IV. Il risultato del voto è stato un vero e proprio terremoto diplomatico: 164 Paesi hanno votato a favore, sancendo un consenso oceanico del Sud del Global South e di numerose democrazie occidentali (tra cui la Francia, che per bocca del ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha immediatamente annunciato l’adeguamento delle proprie istituzioni educative). Ma a fare rumore sono stati i pochi dissidenti.

Gli Stati Uniti votano no al planisfero più “equo”
Il voto contrario è arrivato da un unico Paese: gli Stati Uniti.
A questa opposizione solitaria si è aggiunta una pattuglia di sei Paesi astenuti: Estonia, Georgia, Lituania, Moldavia, Serbia e Ucraina. Le motivazioni dietro il no di Washington e l’astensione dei sei Stati dell’Europa orientale e caucasica affondano le radici in una lettura ideologica e strategica ben precisa. La delegazione statunitense ha respinto la risoluzione definendola parte di un “progetto ideologico radicale”. Washington ha duramente criticato l’inserimento nel testo di concetti come “giustizia cognitiva” e “riparazione memoriale”, bollandoli come sovrastrutture politiche estranee al mandato tecnico dell’ONU. Dietro questa ritrosia formale si cela tuttavia il timore di delegittimare l’ordine liberale tradizionale e le sue narrazioni consolidate, oltre a una diffidenza viscerale verso risoluzioni che introducono concetti di riparazione storica legati al colonialismo.
I sei Paesi che hanno optato per l’astensione appartengono a un’area geografica fortemente polarizzata e sensibile alle dinamiche di sicurezza euro-atlantica. Per nazioni collocate sul crinale tra l’Unione Europea e le turbolenze della sfera post-sovietica, allinearsi a una battaglia diplomatica incentrata sulle istanze post-coloniali del Sud del mondo è sembrato uno sforzo diplomatico estraneo alle loro priorità esistenziali e di sicurezza immediata. Alcuni di essi temevano anche che sminuire la centralità delle proiezioni settentrionali potesse frammentare la standardizzazione tecnica dei manuali cartografici militari e di navigazione della NATO e dei partner occidentali.
Come le mappe rappresentano il potere, alcuni esempi
Negare che le mappe siano neutre significa ignorare la storia del potere. Le mappe non sono mai specchi neutrali della realtà; sono strumenti di potere, narrazione e controllo.
Da millenni, la cartografia è il primo atto con cui un impero si appropria del mondo. I Romani ponevano Roma al centro del Terrarum Orbis; la dinastia cinese dei Ming disegnava planisferi in cui il Celeste Impero occupava ogni spazio rilevante relegando gli oceani a margini irrilevanti, il cosiddetto “ragno centrale.”
Nel Novecento, il geografo tedesco Karl Haushofer e la scuola della Geopolitik dimostrarono come la rappresentazione visiva dello spazio servisse a giustificare l’espansione e il dominio: chi controlla la prospettiva controlla l’immaginario collettivo. La proiezione di Mercatore, gonfiando smisuratamente l’emisfero settentrionale (Europa e Nord America) e rimpicciolendo i territori equatoriali, ha offerto per secoli una giustificazione visiva inconscia alla supremazia economica, culturale e politica dell’Occidente, dipingendo il Nord come il gigante e il Sud come una periferia angusta.

Il geografo e storico tedesco Arno Peters comprese lucidamente questa distorsione ideologica quando, nel 1973, lanciò la sua proiezione egualitaria (la mappa Gall-Peters), scatenando feroci polemiche nel mondo accademico tradizionale. Peters sosteneva che la mappa di Mercatore perpetuasse una forma di “imperialismo culturale” e di colonialismo cartografico, svalutando visivamente i popoli del Sud del mondo e riducendo il loro peso percepito nei negoziati economici, nelle agende di sviluppo e nella cooperazione internazionale.
Quando un continente viene rappresentato visivamente come piccolo e marginale, subisce inevitabilmente una svalutazione psicologica e diplomatica nei processi decisionali globali. La demografia smentisce radicalmente questa rappresentazione riduttiva: l’Africa è il secondo continente per estensione e per popolazione, e le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 un essere umano su quattro sarà africano. Mantenere una mappa che la rimpicciolisce significava perpetuare un anacronismo cognitivo insostenibile.

Il voto dell’Assemblea Generale non cambierà istantaneamente la forma fisica del pianeta, ma scardina un dogma visivo. Restituire all’Africa le sue reali dimensioni significa accettare che la cartografia torni a essere una scienza al servizio della verità geometrica e della dignità globale, smascherando il mito di una neutralità geografica che per cinquecento anni ha scritto la storia a favore dei colossi del Nord.






