Prima Trump, ora Putin: la Cina è regina della geopolitica

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Pechino è diventata, nelle ultime due settimane, centro nevralgico della geopolitica globale. A distanza di pochi giorni dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, ieri è atterrato nella capitale cinese Vladimir Putin. Una sequenza diplomatica tutt’altro che casuale. Due incontri ovviamente molto diversi tra loro ma che raccontano, probabilmente meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale, la complessa fase che il sistema internazionale sta attraversando: un ordine sempre più competitivo, attraversato da nuove geometrie di potere e, al tempo stesso, da rivalità secolari.

Il vertice tra Trump e Xi è avvenuto in quello che, almeno formalmente, appare come un tentativo di stabilizzazione delle relazioni tra le due maggiori potenze mondiali. Un incontro molto più simbolico che sostanziale. D’altronde, nella politica internazionale, il simbolismo non è qualcosa di secondario. La competizione politica e la grammatica del potere passano, anche, attraverso elementi apparentemente secondari: dalla stretta di mano durata ben quattordici secondi fino alle due poltrone apparentemente identiche sulle quali i due leader mondiali si sono seduti ma che in realtà facevano apparire quello cinese ben più alto di quello statunitense (nonostante nella realtà sia il contrario).

Dietro l’apparente superficie dei rituali diplomatici, si nasconde una realtà ben più profonda: Washington e Pechino non stanno tentando né di superare la propria rivalità strategica né di negoziare una qualche forma di riconciliazione. Al contrario.

La fase è delicatissima. Da un lato gli Stati Uniti devono fare i conti con una combinazione crescente di pressioni – interne ed esterne – che mettono in crisi non solo la presidenza repubblicana ma che erodono l’intera immagine statunitense. La Cina, dal canto suo, tenta di consolidare il proprio ruolo globale, proponendosi sempre più come alternativa sistemica proprio a quell’Occidente guidato da Washington.

Questo nonostante la Repubblica Popolare Cinese presenti, nella realtà dei fatti, vulnerabilità interne che risultano oggi più rilevanti di quelle che gravano sugli Stati Uniti. L’incontro avvenuto nei giorni scorsi ricorda, per certi aspetti, quello avvenuto in Alaska lo scorso anno tra Trump e Putin, soprattutto per un elemento: la percezione di successo del rivale americano. Oltre i sorrisi, quello che infatti emerge dal vertice degli scorsi giorni è proprio la capacità della Cina di porsi, almeno nelle apparenze, in vantaggio nella competizione del XXI secolo.

Xi Jinping ha utilizzato toni netti durante l’incontro, che ha voluto iniziare citando la “trappola di Tucidide”: concetto derivante dalla guerra del Peloponneso del 400 a.C. tra Sparta e Atene secondo il quale “fu l’ascesa di Atene e la paura che questo suscitò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”. L’idea geopolitica che c’è dietro è semplice: quando una potenza emergente cresce rapidamente, spaventa la potenza dominante che controlla l’ordine mondiale. Questo rende sempre più probabile una guerra.

Applicato alla relazione sino-americana, il concetto assume una valenza immediata. Resta però da capire se fosse un invito alla prudenza per evitare una dinamica di escalation oppure una minaccia nemmeno troppo velata…

“Partner e non rivali”, queste le parole riassuntive dell’incontro ma il monito arriva immediatamente dopo: “non gestire male Taiwan” avverte Xi.

Il cuore della competizione tra le due potenze in questo secolo. Qualcosa di non trattabile per la Cina ma – realisticamente parlando – neppure per la Casa Bianca.
Ed è qui che si verifica la rottura: se le variabili economiche sono bene o male negoziabili, il dossier Taiwan no.

Intanto, proprio oggi, entra in scena il terzo attore: la Russia.

Vladimir Putin è arrivato nella capitale cinese definendo il rapporto tra Mosca e Pechino una “forza stabilizzatrice” dell’ordine globale. Xi Jinping ha accolto così il suo “vecchio amico” sottolineando, ancora una volta, la necessità di cooperazione strategica tra i due Paesi.

Il messaggio è chiaro: Pechino dialoga con Washington – e lo fa molto bene – ma senza mettere minimamente in discussione il proprio asse strategico con Mosca.

Ma se è vero che negli ultimi anni il rapporto tra Cina e Russia si è progressivamente rafforzato ben oltre la semplice cooperazione economica, è anche vero che Mosca oggi non conta più quanto cinquant’anni fa nello scacchiere globale e Xi Jinping lo sa bene.

Per questo motivo, la leadership cinese continua a muoversi con estrema cautela per raggiungere un obiettivo: consolidare la propria immagine come attore stabile e razionale in un contesto globale sempre più frammentato. Non è un caso, infatti, che Pechino insista sul concetto di “multilateralismo” e sulla necessità di evitare quello che ha definito come un ritorno alla “legge della giungla” contrapponendosi, implicitamente e idealmente, all’approccio sempre più aggressivo degli Stati Uniti.

In questo quadro, la Cina non sta scegliendo tra i propri interlocutori. Sta costruendo una configurazione precisa del sistema internazionale in cui gli altri attori, tutti, in misura diversa, saranno chiamati a gravitare attorno al suo spazio politico.

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Immagine 1: Welcome ceremony of Trump by Xi Jinping (2)-20260514.jpg CCP General Secretary Xi Jinping shoke hands with US President Donald Trump in the Great Hall of the People, Beijing on 14 May 2026.The White House. Public domain

Immagine 2: US President Donald J. Trump participates in a bilateral tea with Xi Jinping, the General Secretary of the Chinese Communist Party and President of China, Thursday, Friday, May 15, 2026, at Zhongnanhai in Beijing, China. (Official White House Photo by Daniel Torok). The White House. Public domain

Immagine 3: Vladimir Putin (2024-05-16) 2.jpg President of Russia Vladimir Putin at a meeting with President of China Xi Jinping in the Great Hall of the People in Beijing.Creative Commons Attribution 4.0