
Malvinas o Falkland, Argentina contro il Regno Unito
8 Settembre 2026
Intervista al professor Milazzo sulla lettura sociale del gioco del calcio e sugli ultras.
Fabio Milazzo è tra i principali studiosi del tifo organizzato e delle sue implicazioni sociali, culturali e politiche. Storico contemporaneista, da anni analizza la violenza negli stadi, le trasformazioni delle curve e del rapporto tra giovani, realtà urbane e ordine pubblico. Il suo volume ‘Il tifo violento in Italia’ (edito da FrancoAngeli) rappresenta una delle opere più documentate: i suoi contributi offrono una lettura lucida e non ideologica di un mondo spesso raccontato con narrazione troppo semplicistica dai media. Il suo lavoro permette di comprendere il tifo non solo come passione sportiva, ma come specchio della società, dei suoi conflitti, delle sue generazioni e delle sue identità. Per la rubrica ‘Storie di Stadio’, che ricostruisce episodi, atmosfere e memorie del tifo, la prospettiva del professor Milazzo è fondamentale per collocare le storie dentro un quadro storico e sociale più ampio.
Professor Milazzo, nei suoi lavori la curva appare come un luogo capace di riflettere tensioni, identità e trasformazioni della società. In che modo gli stadi hanno raccontato cambiamenti più ampi, dalle dinamiche sociali e culturali alle nuove forme di aggregazione giovanile?
Gli stadi hanno rappresentato, fin dalle origini, un microcosmo che riflette, rielabora, sviluppa, le espressioni, i modelli, i valori e le tensioni della società. In tal senso immaginare ciò che accade all’interno degli impianti semplicemente come un fenomeno ludico è riduttivo. Nel secondo dopoguerra sono alcune istanze presenti nella società a fare del calcio un fenomeno di massa e, successivamente, lo sport nazionale. Tra queste l’aumento del tempo libero (Il leisure time), il desiderio di lasciarsi alle spalle l’esperienza traumatica del fascismo e della guerra, un generale miglioramento delle condizioni generali, più evidente a partire dal “miracolo economico”. Al contempo l’aumento della partecipazione sportiva innesca dinamiche sociali e culturali che si riflettono o rielaborano fermenti presenti nella società. Faccio due esempi. Il primo, tra la fine degli anni ‘50 e ‘60, è la riformulazione di un fenomeno di devianza giovanile che aveva fortemente preoccupato l’Inghilterra, quello dei «Teddy Boys». In Italia si comincia a parlare di «Teddy Boys dello Sport» per cercare di spiegare le violenze negli stadi e in particolare alcuni episodi che avevano scosso l’opinione pubblica come quelli accaduti durante Napoli-Genoa dell’ottobre del 1959. Così, complice la sovrapposizione discorsiva, operata in particolare dalla stampa tra il magmatico mondo della devianza minorile italiana e il fenomeno dei «Teddy Boys» inglesi, anche in Italia intorno alla fine degli anni ‘50, si iniziò a discutere di bande giovanili, impropriamente descritte e rappresentate alla luce della realtà britannica e a favorire un’ondata di panico morale che incentivò indebite rappresentazioni e tipizzazioni stereotipate. Il punto è che proprio gli stadi furono uno degli spazi in cui tale anticipazione, ma anche rielaborazione discorsiva, prese forma, segnando poi le rappresentazioni e l’immaginario sociale. Un altro esempio è la questione di genere che, lungi dall’essere estranea al mondo del calcio, è fortemente presente nell’universo del tifo calcistico. Pensiamo al ruolo delle donne nei direttivi dei gruppi ultrà fin dall’Inizio (il caso degli ultras Granata è quello più conosciuto), ma anche alla marginalizzazione e agli stereotipi con cui hanno dovuto confrontarsi per vivere la loro esperienza in un contesto fortemente machista quale è l’ambiente delle curve. Battaglie, confronti e dinamiche che riflettono e rimodulano quelli presenti nella congiuntura. Fenomeni che nella loro specificità testimoniano l’inestricabile intreccio tra stadi, curve e società.
Il tifo organizzato si sviluppa, spesso, attraverso giovani che portano nuovi codici di comportamento, linguaggi alternativi, rituali e forme di appartenenza. Quali continuità e quali rotture vede tra chi ha animato le curve dagli anni ‘70 e ‘80 e quelli che le vivono oggi?
Anche in questo caso il tifo organizzato ha rielaborato fermenti, tensioni, codici e valori presenti nella società. Negli anni ‘70, tra gli altri, sono due gli elementi caratterizzanti: la dimensione pre-politica, un sentire comune tra i giovani che attraversa l’intera società e le sue articolazioni, dal lavoro alla parrocchia, dalla scuola all’università e che, proprio per questo, non può non riflettersi anche negli stadi. Non sto parlando necessariamente di un attivismo politico consapevole, quanto di un immaginario, di pratiche e linguaggi che plasmano l’esperienza ultrà delle origini. Il secondo fattore è la giovane età dei primi ultrà, cresciuti spesso nei club sviluppatisi tra gli anni ‘50 e ‘60, si separano da loro per vivere (dal loro punto di vista) una esperienza più viva e autentica del tifare. Questa che è soprattutto una contrapposizione generazionale è tipica della vicenda del “lungo” ‘68. Rispetto a ciò gli ultrà di oggi vivono in contesti molto diversi, segnati sicuramente dall’iper-connessione che caratterizza i nostri tempi, ma anche da un movimento ultrà non necessariamente più maturo, ma di certo più strutturato. Che ha attraversato crisi, lotte (pensiamo solo alla Tessera del tifoso), repressione, ma anche metabolizzato (in termini e modi diversi) istanze esogene e al contempo endogene come l’estremismo politico e la diffusione della criminalità organizzata in curva. Tra le principali continuità, dunque, segnalerei l’insieme di codici e valori che segnano l’esperienza ultrà fin dalle origini nei termini di un campionato parallelo a quello giocato in campo che si disputa tra le tifoserie attraverso simboli e pratiche (violente e non). Tra le discontinuità più evidenti segnalo la perdita di quella carica di antagonismo che attraverso il calcio esprimeva istanze, bisogni e desideri presenti nell’universo giovanile di quel tempo.
Lei ha spiegato che la violenza negli stadi non può essere ridotta a semplice teppismo, ma va inserita in un quadro sociale più complesso. Quali fattori culturali, economici, urbani e identitari hanno reso la devianza un elemento quasi fisiologico del tifo in certi periodi e cosa è cambiato oggi?
Il tifo nasce come un fenomeno spontaneo di sostegno e condivisione delle sorti della propria squadra e di quanto accade in campo. In tal senso mantiene tutta la sua attualità la contraddizione semantica del termine “tifo” che, fin dalla sua adozione negli anni ‘20 del Novecento, ha indicato tanto il sostegno alla squadra, quanto la malattia che deriverebbe dall’identificazione empatica con le sorti della compagine. I tifosi non sono semplici fruitori di uno spettacolo, ma, come riassunto efficacemente da Paul Ginsborg, «soggetti attivi, non passivi, attori e spettatori allo stesso tempo». Il supporter, come ha sostenuto invece Alessandro Dal Lago, pretende «di dire la sua sia sull’andamento del gioco, sia sul conflitto profondo che questo esprime». E il meccanismo stesso del dispositivo calcistico sollecita gli scatti d’ira della folla e l’aggressività, quando le cose non vanno come auspicato. Le due squadre in campo si affrontano in perimetri recintati davanti a spettatori che, in prima istanza, non sono allo stadio per soddisfare un bisogno estetico, ma per veder vincere la propria squadra. La partita mima un conflitto e i tifosi, fin dall’inizio, vogliono parteciparvi. Per questo motivo, fin dall’inizio, sostenevano i giocatori, insultavano l’arbitro e i guardalinee, provocavano gli avversari e, nei casi di risultati sfavorevoli, spesso invadevano il campo e davano la caccia al direttore di gara. Alla luce di ciò la violenza si configurava come espressione del desiderio di partecipazione del pubblico all’andamento della gara, in un contesto che favoriva le identificazioni collettive radicali e conflittuali. Con l’avvento degli ultrà si verifica una profonda trasformazione, non sparisce la violenza legata alla partita ma ne emerge un’altra, più sistematica e legata a quel campionato parallelo a cui ho già fatto riferimento. La violenza, simbolica e agita, diventa un criterio di affermazione tra i gruppi. Attraverso i cori bellicosi, gli slogan aggressivi, le posture antagoniste, gli ultras partecipano a una recita collettiva che, sovente, prevede il passaggio all’atto ma che non si esaurisce in esso e, anzi, ha nella sfida, nella possibilità di intimorire gli avversari, nell’opposizione, nella provocazione e nell’eccesso, gli elementi di una battaglia simbolica che si combatte dalle curve. Tale fattore contraddistingue l’essenza – se così possiamo dire – dell’essere ultrà.
Per anni le curve hanno ospitato forme di estremismo politico, sia di sinistra sia di destra, con simboli, linguaggi e pratiche che andavano ben oltre il tifo calcistico. Qual è stato il ruolo della politica nel tifo organizzato, come si intreccia con le dinamiche giovanili e territoriali, quali tracce ne restano oggi?
La politica, in senso lato, ha caratterizzato l’esperienza ultrà fin dalla nascita. La stessa dimensione antagonista e violenta del tifo estremo è in parte mutuata dalla conflittualità politica presente nel Paese a cavallo degli anni Settanta. Accanto a questa dimensione, che definisco prepolitica, ce n’è una più esplicita legata all’adesione dei gruppi a una ideologia, che può essere di destra o di sinistra. Tale dimensione è presente fin dalle origini e in alcuni casi è all’origine degli scontri tra tifosi. Paradigmatica in tal senso fu la «guerra di Verona» del 3 ottobre 1976 tra scaligeri e bolognesi che, secondo un cronista del «Resto del Carlino», dimostrava come il calcio fosse «più politicizzato di una seduta a Montecitorio». Pur esistendo diversi gruppi schierati, però, la dimensione politica (anche della violenza) del primo fenomeno ultras va contestualizzata in un orizzonte più ampio, segnato non soltanto dalle tensioni sociali, ma soprattutto dal fatto che i protagonisti, spesso, frequentavano i movimenti. Erano gli stessi attori che partecipavano alle manifestazioni di piazza, bazzicavano le sedi di partito e andavano a vedere la partita. Tutto ciò facilitava la circolazione di atteggiamenti, simboli e immaginario, ma soprattutto contribuiva a costruire quella dimensione militante che rappresentò la cifra del tifo estremo organizzato. Le cose cambiano tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90, quando si registra una diffusione dell’estremismo nero tra le curve. Il fenomeno raggiunge la ribalta a causa di alcuni episodi di discriminazione razziale nei confronti di calciatori. Il primo caso coinvolse il calciatore israeliano Ronny Rosenthal, acquistato dall’Udinese nel 1989 e accolto dalle frange estreme del tifo con ostilità e scritte antisemite. Successivamente, nel 1992, fu l’arrivo alla Lazio del giocatore olandese di colore, e di origini ebraiche, Aron Winter, a scatenare la xenofobia degli oltranzisti. Nel 1996, invece, a Verona, venne organizzata una macabra rappresentazione per protestare nei confronti dell’acquisto del giocatore di colore Ferrier. In curva venne esposto un manichino “impiccato”, contornato da alcuni ultras con il volto coperto da cappucci simili a quelli utilizzati dai membri del Ku Klux Klan. L’episodio che più di tutti mostrò la dimensione del fenomeno accadde durante Brescia-Roma del 20 novembre 1994, quando una spedizione organizzata da estremisti neri romani (alcune frange romaniste con esponenti di altre tifoserie) si concluse con gravi incidenti e con l’accoltellamento del vicequestore Selmin. La visibilità dell’assalto, pur nell’orizzonte di un attacco da guerriglia, evidenziava la finalità dimostrativa, e potenzialmente eversiva, dell’azione. Secondo gli inquirenti, a Brescia gli estremisti avevano voluto lanciare un segnale per affermarsi all’interno della galassia dell’estremismo romano. Non furono pochi i giovani sedotti da tali azioni e dall’estremismo nero, lo dimostra la diffusione di sigle, nomi e gruppuscoli connotati in tal senso negli anni Novanta e a cavallo del nuovo millennio. Va però sottolineato -come evidenziato dalle inchieste – che non si trattava, nella maggior parte dei casi, di una adesione convinta, quanto di una fascinazione superficiale, una moda a cui non faceva seguito una militanza politica al di fuori degli stadi. Questa dimensione più esplicita della presenza politica in curva ha segnato il volto del movimento ultrà successivamente, a fasi alterne. Oggi, come affermano le relazioni dell’Osservatorio Nazionale sulle manifestazioni sportive, non è sparita, anzi è monitorata, accanto ad altre intrusioni, come quella della criminalità organizzata.
Gli anni ‘80 sono considerati, in Italia, il periodo che ha definito il tifo organizzato: il boom del movimento ultras, la radicalizzazione dei gruppi, le nuove forme di conflitto e le risposte dello Stato. Quali dinamiche sociali e politiche rendono quel periodo così centrale per comprendere tutto ciò che è venuto dopo fino ai giorni nostri?
Tra la morte di Paparelli e la prima metà degli anni ‘80 il movimento ultras andò incontro a un processo di trasformazione e ridefinizione. Non fu soltanto la repressione a incidere, ma anche un ricambio generazionale che interessò quasi tutti i gruppi nati a cavallo degli anni ‘70. In qualche caso, come per il Cucs della Roma, si trattò di un ampliamento della base organizzativa, in altre circostanze fu un fenomeno fisiologico legato principalmente a ragioni anagrafiche. A Genova, ad esempio, il passaggio iniziò intorno al 1978, quando i vecchi fondatori della Fossa lasciarono il timone «alla seconda generazione», mentre a Milano, sulla sponda rossonera, tale passaggio si compì al principio degli anni Ottanta. Un contesto per molti versi contraddittorio e complesso, contraddistinto dall’influenza esercitata dalla televisione commerciale e da una passività di massa in netto contrasto con le precedenti esperienze sociali di mobilitazione. D’altra parte, però, facevano la loro apparizione segni assai evidenti di crescita di una società civile più autonoma e attiva. Il disincanto verso le grandi narrazioni del postmoderno si affiancava ai grandi progressi compiuti nell’istruzione (in particolar modo femminile), la crescita di un nuovo associazionismo legato all’impegno sociale e lo sviluppo di temi di ampia portato come l’ambientalismo, erano tutti segni inequivocabili di un mutamento generazionale che era al tempo stesso una forma di rivoluzione culturale. Rispetto a tutto ciò il movimento ultrà cresce e assume una più marcata fisionomia identitaria, anche a seguito del ripiegamento su sé stesso successivo alla morte del tifoso laziale Paparelli. In tal senso cresceva la consapevolezza degli ultras di far parte di un movimento comune, come evidenziava la solidarietà espressa da alcune tifoserie a quella romanista colpita dalla repressione per la morte del sostenitore biancoceleste.

Altro snodo fondamentale è la tragedia dell’Heysel, poiché dopo di essa, per la prima volta seriamente, le istituzioni si posero il problema della violenza negli stadi. Il 19 agosto 1985, a Strasburgo, attraverso il Consiglio d’Europa, emanarono una Convenzione sulla violenza e i disordini degli spettatori durante le manifestazioni sportive e, in particolare, nelle partite di calcio. Veniva qui riconosciuto a livello internazionale non soltanto l’esistenza di un problema che, nelle sue molteplici articolazioni, risultava diffuso e preoccupante, ma all’art.3 si lanciava un appello affinché venissero presi provvedimenti legislativi per arginare il fenomeno. In Italia, dopo i fatti dell’Heysel, presso il ministero dell’Interno, venne istituita una Commissione permanente che doveva affrontare con carattere d’urgenza la questione della violenza negli stadi. Di essa facevano parte il presidente del Coni, il direttore generale della Lega nazionale professionisti, il segretario della Figc e un rappresentante della Lega di serie C. La presiedeva il capo della Polizia.
Gli incidenti non si fermarono ma la discontinuità, emerse evidente in un’operazione di polizia in grande stile, preparata da settimane di schedature dei supporter veronesi, che scattò il 1° febbraio 1987, durante la notte precedente l’incontro Verona-Milan. Decine furono le perquisizioni e gli accompagnamenti coatti in questura. Le indagini proseguirono nei mesi successivi, anche attraverso pedinamenti, intercettazioni telefoniche e la collaborazione di due minorenni (che successivamente al processo avrebbero ritrattato le loro dichiarazioni). Alla fine per 12 ultras venne emesso un mandato d’arresto con l’accusa di associazione per delinquere. Per la prima volta un gruppo di tifosi veniva considerato fuorilegge. La domenica successiva agli arresti, durante la partita contro la Roma, gli ultras scaligeri, ormai in rotta con la società e il sindaco, lasciarono vuota parte della curva e appesero uno striscione: «Non 12 ma 5000 colpevoli». Il gesto voleva rimarcare non solo la solidarietà del gruppo, ma anche la coesione e la forza del collettivo in un momento particolarmente difficile.
L’operazione di Verona mostrava che alla fine del decennio le istituzioni non erano più disposte a trascurare il teppismo calcistico che, a molti, appariva un fenomeno fuori controllo. La strada scelta dallo Stato era quella della repressione, degli arresti e delle operazioni di polizia, una via che se da una parte voleva rassicurare l’opinione pubblica, dall’altra rischiava di esasperare i comportamenti aggressivi. Fu in tale contesto di esasperazione, con la morte del tifoso ascolano Nazzareno Filippini, avvenuta ad Ascoli dopo la gara tra la squadra locale e l’Inter del 9 ottobre 1988, che venne varata la legge n.401 del 13 dicembre 1989, contenente interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestine e di tutela della correttezza nello svolgimento delle manifestazioni sportive. All’interno del provvedimento c’era una norma destinata a segnare la storia delle misure di contrasto contro la violenza negli stadi: il Daspo. La misura dava al questore la facoltà di impedire ai tifosi violenti l’accesso ai luoghi delle manifestazioni sportive. Era una norma che segnava una discontinuità e che inaugurava un tempo nuovo nelle politiche di sicurezza negli stadi, ma anche nell’atteggiamento degli ultrà verso le forze dell’ordine. Da quel momento nulla sarebbe stato più lo stesso.





