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6 Agosto 2026
In Ucraina si continua a morire per pochi metri di terreno. Dopo oltre quattro anni di guerra, la linea del fronte cambia sempre più lentamente mentre la vita di milioni di persone è cambiata ormai per sempre.
Come accade in ogni conflitto che si protrae nel tempo, l’attenzione internazionale è diminuita e quello che resta a far notizia sono per lo più i bombardamenti e i salotti diplomatici nei quali si susseguono promesse di negoziati che faticano a decollare.
Molto meno si racconta, invece, di ciò che la guerra lascia inevitabilmente dietro di sé: milioni di sfollati, vite stravolte, bambini che crescono conoscendo la violenza della guerra, quotidianità sospese. Sono questi gli effetti che ricadono su chi viveva in quelle case, in quei territori dei quali oggi non resta che una linea rossa su una cartina militare.
Perché le guerre non si misurano soltanto osservando una mappa. I loro effetti più profondi raramente coincidono con quella linea del fronte.
Oggi, dopo 1625 giorni, il conflitto è ormai in una fase diversa. Le grandi offensive hanno lasciato spazio al logoramento, lento e costoso e a crescere sono invece gli attacchi contro infrastrutture strategiche e città.
Sono circa 3,7 milioni le persone sfollate all’interno del Paese e quasi 5,8 milioni vivono da rifugiati all’estero. Più di 10 milioni di ucraini continuano ad aver bisogno di assistenza umanitaria e, a giugno, è stato registrato il numero più alto di vittime civili dall’aprile 2022.
Ma dopo oltre quattro anni di conflitto, si può davvero ancora parlare di rifugiati? Dopo quanti giorni è ancora possibile parlare di emergenza e dopo quanti sarebbe più corretto iniziare a parlare di nuova realtà?
“La prima vittima di ogni guerra è la popolazione civile. In Ucraina come in mare il nostro obiettivo è soccorrere le persone” questa la frase che si legge sul sito di Mediterranea Saving Humans ed è da questa visione di continuità che parte la nostra riflessione con la Dottoressa Vanessa Guidi, medica specializzata in Medicina d’Emergenza e Urgenza e responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina di Mediterranea.
Nata nel 2018, in un momento di forte scontro politico sulle migrazioni, esattamente cinque anni dopo il tragico anniversario del naufragio di Lampedusa dove 368 persone persero la vita, la Mare Jonio di Mediterranea – prima nave di soccorso civile battente bandiera italiana – salpa per la sua prima missione di monitoraggio e soccorso. Oggi Mediterranea conta oltre quaranta gruppi territoriali e opera, oltre che in mare, anche con equipaggi di terra alle frontiere italiane, in Cisgiordania e in Ucraina.
“Esattamente, cambia il contesto ma non la missione” ci dice la Dottoressa Guidi che porta l’attenzione a come, mentre si urlava all’invasione nel Mediterraneo, in Europa arrivavano 4 milioni di Ucraini in appena 5 settimane. Ci viene spiegato che in quel momento si creò, però, una enorme disparità tra chi veniva fatto entrare e chi no, tra chi aveva un modo per scappare e chi non aveva questa possibilità. “Le frontiere erano aperte ma non per chiunque, è in quel momento che nacque il progetto Safe Passage con l’obiettivo di arrivare in Ucraina con aiuti di diverso tipo e tornare indietro offrendo un passaggio sicuro, appunto, a queste persone. Parallelamente iniziammo a fare pressioni sulle istituzioni politiche italiane ed europee”
Questo era il 2022. In questi anni è cambiato il progetto? Come?
“Si, per diverse ragioni: da una parte perché divenne sempre più difficile far uscire persone dal Paese in quanto aumentarono controlli e restrizioni, dall’altra perché la gente non solo non voleva più uscire ma anzi iniziò una dinamica di rientro. Il grande spostamento è poi diventato quello dalle zone di conflitto verso est, facendo di Leopoli una enorme città rifugio. Il progetto doveva cambiare inevitabilmente”
Nasce così “Med Care”, ci viene raccontato, “con un ambulatorio stabile in città per oltre due anni che poi è diventato un ambulatorio medico mobile. Un progetto che prevede una turnazione di medici, infermieri, psicologi e attivisti. Ogni due mesi facciamo rifornimento di farmaci e beni di vario tipo e partiamo”. La responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina prosegue raccontandoci come oggi il lavoro dell’Associazione vada ben oltre il rifornimento di beni e le visite mediche:
“quello che facciamo oggi è una attività sulla società a 360 gradi: dalla salute mentale alla prevenzione passando per la componente sociale. Abbiamo portato con noi la musicoterapia di Music&Resilience e la serigrafia sociale Beeink di Belluno. Facciamo monitoraggio dei campi e il nostro obiettivo è certamente portare aiuti e offrire prestazioni mediche di base e salvavita ma anche creare consapevolezza nelle persone del proprio diritto alla salute cercando di fare da ponte tra loro e un sanitario complesso ma che c’è”.
“Si è creata una vera e propria relazione di fiducia. Le persone ci aspettano e sono stimolate a prendersi cure di sé”.
Come si organizza una missione nel concreto? Dove prendete gli aiuti e quali sono le principali criticità organizzative?
“Prendiamo tutto quello che riusciamo. Van e furgoni ci vengono gentilmente dati in prestito da associazioni locali come parrocchie, Caritas, associazioni. Facciamo cene e incontri per raccogliere fondi e chiediamo a imprese locali di aiutarci con il cibo o quello che serve.”
“Alla fine di ogni missione facciamo il passaggio di consegne dove chi è appena rientrato dice cosa è stato fatto e quello che ha notato che può essere utile per la prossima missione”.

Ovviamente, tra le principali criticità ci sono le due facce di una stessa medaglia: i fondi, sempre più difficili da trovare e i costi sempre maggiori “ad esempio quando è esplosa la crisi in Iran e il costo del carburante è salito notevolmente, per noi è stato un grande problema”.
Con il passare del tempo non è cambiata soltanto la guerra. È cambiato anche il modo in cui viene percepita all’esterno e all’interno. Per questo chiediamo alla Dottoressa se la diminuzione dell’attenzione mediatica sul conflitto ha avuto conseguenze sul progetto.
“Si molto” ci dice lei, continuando “con il calo dell’attenzione è calato anche l’aiuto; si fa più fatica oggi. Un chiaro esempio sono le realtà informali, come alcuni campi profughi nei quali siamo sempre andati e andate per fornire beni e aiuto. Oggi sono costretti a chiudere perché non ci sono più fondi: mancano proprio i pasti”
E sulle persone?
“Decisamente ed è una delle cose più tristi”. Missione dopo missione, Mediterranea ha assistito al passaggio di una popolazione che all’inizio era convinta che la guerra sarebbe finita presto e con una vittoria, oggi, ci racconta la Dott.ssa Guidi, il sentimento dominante è la disillusione.
“Sanno che non torneranno mai più a casa loro, perché non esiste più casa loro. Quello che si percepisce è un senso di abbandono e solitudine. Oramai possiamo parlare di una cronicità della situazione. Potremmo dire che queste persone non sono più profughi di guerra ma i nuovi poveri di Leopoli”.

Anche il rapporto con il pericolo è, ovviamente, cambiato. Le sirene antiaeree, che nei primi mesi svuotavano le strade, oggi vengono spesso ignorate ci racconta Mediterranea.
“Nei rifugi, molte volte, ci siamo soltanto noi che ovviamente lasciamo immediatamente qualunque cosa stiamo facendo per metterci al riparo. Le persone scendono solo quando hanno la percezione che l’attacco sarà particolarmente grave. La guerra è del tutto normalizzata purtroppo”.
“Questo lo si nota molto facilmente nei bambini. Si tratta di bambini che sono cresciuti vedendo solo violenza praticamente e di conseguenza conoscono quello: giocano alla guerra. Quando arriviamo vogliono giocare con noi e ci assaltano facendo finta di spararci. Anche nei loro disegni si vede molto spesso il fuoco o le armi. Li vediamo sempre più agitati. Noi cerchiamo di mostrare loro che esiste una realtà diversa: gli strumenti non sono armi, ma si suonano”
Sostieni le missioni di Mediterranea Saving Humans in Ucraina
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